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È passato già qualche giorno e, a mente più fredda per tutti, possiamo svolgere alcune considerazioni su come, quest’anno, è stata impostata la celebrazione di Sant’Efisio nell’isola.
In sé e per sé, sulla festa non c’è granché da dire, e infatti non è su di essa che intendo concentrarmi. Insomma, non val la pena dilungarsi sull’ovvio; quello, casomai ancora non faccia parte del vostro bagaglio di conoscenze minime, ve lo racconta tranquillamente l’intelligenza artificiale. Il dato saliente della tradizione storica è che, prima di morire, Efisio promise di proteggere Cagliari e i suoi abitanti se si fossero rivolti a lui nei momenti di bisogno.
E il momento della verità arrivò nel 1652; allora la Sardegna era flagellata da una terribile epidemia di peste che stava decimando la popolazione. Nel 1656, i Consiglieri della Municipalità di Cagliari fecero, dunque, un voto solenne, promettendo che, se l’epidemia fosse cessata, la città avrebbe celebrato ogni anno una festa in onore del Santo. Il miracolo avvenne e dal 1657 si svolge la processione in onore di Sant’Efisio.
Da allora, il voto è stato sciolto ogni singolo anno, senza interruzioni (nemmeno sotto i bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale). E val la pena ricordare che, nel 1943, nonostante Cagliari fosse ridotta in macerie dai bombardamenti, Sant’Efisio sfilò lo stesso sopra il cassone del camioncino adibito, solitamente, al trasporto del latte del buon Giannetto Gorini seguito da pochissimi fedeli, a dimostrazione che per i sardi questa festa è un pilastro identitario che va oltre il folklore. Dopo di che, c’è voluta la fantapandemia per proporci le celebrazioni in forma ridotta, ovvero senza corteo.
Quest’anno, che invece nell’isola si gioca in grande con la fantomatica epidemia di dermatite bovina, quella che pareva una boutade del simpatico dottor Stefano Montanari è diventata un’idea da messa a terra e il corteo c’è stato ma sono stati banditi i buoi (almeno a Cagliari; a Pula no, là la dermatite era distratta); così il Santo s’è fatto una “passeggiata” in spalla e l’idea del camioncino non è comunque andata persa, piuttosto è stata rivisitata in versione pickup. Ché in tempi di austerità su tutti i fronti, manco le buone idee, sebbene poco sfruttate, si buttano via. Inorridente!
Per mostrarvi un confronto storico che vale più di mille parole vi allego, una di fianco all’altra, un’immagine tratta dalla processione dello scorso anno, che divenne occasione per mostrare quanto i sardi intendano combattere contro ogni forma di sottomissione e speculazione, e una tratta dalla celebrazione di quest’anno, che mostra l’aggiogamento in ottica manipolatoria della festa. Osservate le due immagini con attenzione e, come in quei giochi enigmistici che vi invitano a trovare le differenze, focalizzatevi su ciò che non va.

Fatto questo, iniziamo con le riflessioni.
I maggiori esperti che si sono occupati e si occupano di manipolazione mentale concordano sul fatto che nessuno è invulnerabile alla manipolazione, essa dipendendo da più fattori e, in particolare, dal contesto di vita, dal momento emotivo che si sta attraversando e dalla comunicazione.
La psicologa clinica Margaret Singer, espertissima del condizionamento mentale settario, descrive la manipolazione mentale come un processo coordinato d’influenza coercitiva, ovvero come un programma di riforma del pensiero che utilizza il controllo sia dell’ambiente fisico, sociale ed emotivo che della comunicazione per destabilizzare il senso di sé di una persona, in pratica il suo senso di realtà, ed indurla così ad introiettare nuove idee e nuovi sistemi di credenze.
Ora, riflettiamo sul fatto che il condizionamento settario del singolo diviene comunitario attraverso un processo di amplificazione: lo dicono i tg, lo dicono i social, lo dicono gli esperti, lo dicono le amministrazioni, lo dicono al bar, lo dicono… E, siccome lo dicono e lo ridicono, finisce proprio come cantava de André:
una notizia originale non ha bisogno di alcun giornale; come una freccia dall’arco scocca vola veloce di bocca in bocca.
Vola tanto veloce che a me personalmente, il primo maggio, è capitato di sentire una informatissima signora di un paesino dell’hinterland cagliaritano spiegare che: «Sant’Efisio non lo portano i buoi perché c’è la peste».
Sono rimasta senza parole per l’assurdità del pensiero espresso e non ho potuto fare a meno di pensare a Sant’Efisio che contorceva i propri muscoli facciali esibendo una smorfia di sbalordimento. E, altresì, non ho potuto fare a meno di pensare alla Singer con la sua studiatissima combinazione di ambiente di vita, nel nostro caso ancora intriso di tremebondi e paurosi fantasmi di morte, e comunicazione, volta totalmente a mantenere saldi i presupposti del soggiogare con agonistica disciplina timor-emergenziale.
È evidente che non siamo liberi nei nostri ragionamenti e che cristallizziamo pensieri preconfezionati appuntandoli come diligenti tassidermisti su supporti funzionali all’esibizione. Detto diversamente, i nostri pensieri sono equiparabili a mummie esposte come sacrificio tangibile al pensiero critico. Questo significa che non stiamo evolvendo; siamo, piuttosto, una specie che si sta ripiegando su se stessa perché vinta dalla paura di morire.
















