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Questioni di metodo: quando l’arbitro legge il referto scritto da una squadra sola, quella di Israele

🎧 Ascolta l’articolo ▶️ (durata 4’26” con la voce di Remy)

Immagina, per un momento, che tu debba giudicare una partita di calcio. Non una partita qualunque, ma una partita molto litigiosa, piena di spintoni, urla e sospetti. Sì, sei a Genova, ma non è Genoa-Sampdoria. Tu sei l’arbitro. Però c’è un problema: non hai visto la partita. Non eri allo stadio. Non hai neppure i filmati originali. Qualcuno ti porta dei fogli e ti dice: “Ecco, qui c’è scritto cosa è successo. Fidati: li abbiamo raccolti noi”.
A questo punto, una persona sveglia – anche un bimbo – farebbe una domanda molto semplice: “Ma tu eri in campo? E se non eri in campo, chi c’era? E perché dovrei fidarmi proprio di lui?”
Questo è il cuore della questione.
In un processo penale, le “prove” non sono racconti qualunque. Sono come oggetti delicati: vanno raccolti, custoditi, portati davanti al giudice senza che nessuno li rompa, li scambi, li aggiusti o li colori a proprio piacimento. Questo percorso si chiama “catena di custodia”. È un po’ come quando porti un vaso di vetro da casa tua a casa di un amico: se arriva già incrinato, bisogna sapere dove si è rotto e chi lo aveva in mano in quel momento.

Ora, in questa vicenda, succede una cosa strana. Molti degli elementi che vengono chiamati “prove” non nascono in Italia, non vengono raccolti da investigatori italiani, non vengono formati sotto il controllo di un giudice italiano. Arrivano già pronti, già confezionati, già raccontati. Arrivano da un altro Stato. E non da uno Stato qualunque, ma da uno Stato che è parte diretta di un conflitto durissimo, che ha un interesse politico, militare e simbolico enorme nel modo in cui certe persone e certe organizzazioni vengono descritte.
È come se l’arbitro ricevesse il referto… da una delle due squadre in campo.
Attenzione: questo non significa automaticamente che quel referto sia falso. Un bambino intelligente lo capisce benissimo. Ma capisce anche un’altra cosa: quando chi ti racconta i fatti è coinvolto fino al collo, non puoi fare finta che sia neutrale. Devi controllare meglio. Devi fare più domande. Devi essere più prudente.
E invece qui accade l’opposto. I documenti, le informazioni, i dossier vengono trattati come se fossero oggetti già puliti, già sicuri, già affidabili. Non si ricostruisce davvero chi li ha prodotti, come, quando, con quali criteri. Non si entra nel laboratorio dove quelle informazioni sono nate. Le si prende e le si appoggia sul tavolo del giudice italiano come se fossero nate lì.
È qui che la catena di custodia si spezza. O meglio: diventa invisibile; non sai più se ciò che stai guardando è lo stesso oggetto che era stato raccolto all’inizio, o qualcosa di modificato lungo il percorso.

C’è poi un altro passaggio ancora più sottile, che un bambino filosofo coglie al volo. Molte cose che vengono indicate come “indizi” non sono azioni violente, né atti criminali in sé. Sono idee, parole, relazioni, attività umanitarie, partecipazioni a conferenze, vicinanze politiche. Pezzi di vita sociale e intellettuale. Ma quando questi pezzi arrivano già interpretati da chi considera quel mondo un nemico, smettono di essere descrizioni e diventano sospetti.
È come se qualcuno dicesse: “Questo bambino legge certi libri, frequenta certi amici, fa certe domande. Quindi è colpevole”. Un bambino capisce subito che c’è qualcosa che non va: le idee non sono reati, e le relazioni non sono prove, se non dimostri con precisione che servono a fare qualcosa di proibito.
Il punto, allora, non è difendere qualcuno a prescindere. Il punto è difendere il metodo. Perché se oggi accettiamo che una prova nasca lontano, in un contesto di conflitto, venga selezionata da chi ha un interesse diretto, e poi entri nei nostri tribunali senza essere davvero ricontrollata, domani quel modo di procedere può essere usato contro chiunque.
Un buon maestro direbbe così: la giustizia funziona solo quando è più diffidente dei potenti e più paziente con i fatti. Senza domande, anche le condanne più solenni diventano racconti. E i racconti, per quanto ben scritti, non sono prove.

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