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Il diritto di parola è ormai solo un permesso

In un’epoca in cui la libertà di espressione viene costantemente evocata ma sempre più spesso tradita, l’ultima mossa di un gruppo di parlamentari statunitensi conferma una tendenza allarmante: quella di utilizzare le istituzioni per mettere sotto accusa piattaforme libere e indipendenti, colpevoli solo di permettere il dibattito e la circolazione di idee scomode.

La notizia di un’indagine avviata nei confronti di Wikimedia Foundation – l’organizzazione no-profit che sostiene Wikipedia – con l’accusa di permettere la diffusione di contenuti “antisemiti e anti-israeliani” non è soltanto l’ennesimo caso di politically correct applicato con il bisturi della censura. È il sintomo di una deriva autoritaria che non conosce colore politico.

Fonte: https://oversight.house.gov/wp-content/uploads/2025/08/082725-letter-to-Wikimedia.pdf

Chi si erge a paladino della libertà di parola in campagna elettorale, una volta al potere non esita a imbracciare le stesse armi del predecessore. L’amministrazione di turno, che sia repubblicana o democratica, sembra condividere la stessa ossessione: controllare il flusso delle informazioni, delegittimare le voci fuori dal coro, e costruire narrazioni di comodo spacciate per verità assolute.

Quello che sta accadendo oggi negli Stati Uniti – con richieste ufficiali di documenti, log, politiche editoriali e persino dati identificativi degli utenti – ricorda da vicino le pratiche di sorveglianza e pressione che l’Europa di Bruxelles sta portando avanti da anni con il pretesto della “lotta all’odio” o della “disinformazione”.

Ma chi decide cos’è odio e cos’è verità?

Chi stabilisce dove finisce la critica legittima e inizia la propaganda?

La risposta, sempre più spesso, è: il potere.

Wikipedia, sebbene nata con il nobile intento di essere un faro di conoscenza libera e orizzontale, non è immune alle corruzioni del potere. Il suo modello, basato su una comunità di volontari, è spesso celebrato come baluardo del web aperto, ma nella pratica non sempre riesce a resistere alle pressioni esterne di chi detiene influenza politica, economica o culturale. Non si tratta più solo di vandalismi occasionali, ma di sofisticate operazioni di lobbying, di editing persistente da parte di gruppi organizzati e della stessa fondazione che, di fronte a certe pressioni, può cedere allineando le “voci neutre” alla narrativa dominante. La piattaforma è così diventata un campo di battaglia dove, troppo spesso, vince chi ha più tempo, risorse o potere per insistere, non chi ha dalla sua parte il rigore dei fatti.

L’idea stessa che Wikipedia sia un archivio puro e incontaminato del sapere è un mito pericoloso. È uno specchio delle nostre divisioni e delle nostre lotte per il controllo della verità. E proprio per questo è nel mirino: perché chi riesce a controllare la “voce collettiva” di Wikipedia, controlla una delle fonti più influenti al mondo, quella che forma l’opinione pubblica e addestra persino le intelligenze artificiali. La richiesta di trasparenza da parte del Congresso USA non è che l’ultimo tentativo, in ordine di tempo, di domesticare questo spazio e di imporgli un custode.

L’accusa di antisemitismo è particolarmente tossica e strumentale: viene usata per chiudere qualsiasi discussione critica verso le politiche di uno Stato. Ma il principio è lo stesso: si criminalizza il dissenso. Si trasforma un’opinione in un reato.

E il fatto che tutto questo avvenga in nome della “trasparenza” o della “sicurezza nazionale” non fa che rendere la manovra più pericolosa. Perché si nasconde dietro a nobili intenzioni quello che in realtà è puro controllo.

Forse, però, siamo anche noi complici. Abbiamo accettato piccole limitazioni per comodità, abbiamo sacrificato pezzi di libertà in cambio di sicurezza illusoria, abbiamo tollerato che qualcuno decidesse per noi cosa è giusto dire e cosa no. Ora che il cerchio si stringe anche attorno a realtà come Wikipedia, forse qualcuno inizierà a capire che la libertà di espressione o è per tutti, o non è per nessuno.

La società aperta è un ricordo. Il futuro che ci stanno costruendo è fatto di permessi, non di diritti. E sta a noi decidere se accettarlo o meno.

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