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Il canto dei bambini della foresta: la verità del cuore selvatico

🎧 Ascolta l’articolo ▶️ (durata 3’56” con la voce di Florian)

Ci sono storie che non finiscono con un lieto fine ma con un punto interrogativo che ci squarcia l’anima. Questa è la storia di un confine invisibile, quello tra l’amore di un genitore e il giudizio dello Stato; tra il battito di un cuore libero e il ticchettio freddo di un orologio istituzionale.

​Voi, giudici e assistenti sociali, guardate una casa nel bosco e vedete “carenza”. Forse dovreste guardare dentro di voi. Io guardo e vedo la storia di intere generazioni che hanno costruito l’Italia.

Ricordo i miei giorni. Non c’era la Play Station e non c’era il telefono. La mia Mamoiada, come tanti altri paesi, era un regno di neve e fatica. Il lusso era avere un tetto robusto. Non avevamo il bagno in casa; i nostri bisogni si facevano nel pollaio. Non avevamo uno scaldabagno, né un termosifone in sei mesi di neve. Non avevamo TV, né cibi processati, ma la forza di tutto ciò che nasceva dalla nostra terra e dalle mani sapienti di mamma.

Eravamo, per gli standard di oggi, incredibilmente “negligenti” con noi stessi. Eppure, siamo cresciuti. Forti, radicati, con una bussola interiore forgiata dalla natura. La nostra felicità non era misurata dal comfort, ma dalla resilienza e dal calore umano. Eravamo integrati in una comunità che viveva la stessa semplicità.

​Nell’oggi, i bambini di Chieti vivevano un’eco di quella vita, ma per scelta consapevole dei loro genitori. I quali non erano poveri di spirito, ma custodi di un ideale: quello di crescere figli non addomesticati e, piuttosto, in armonia con il respiro del mondo.

I loro telefoni erano i rami mossi dal vento. I loro schermi erano i cieli stellati, senza inquinamento luminoso. I loro maestri erano il ruscello che insegna il percorso dell’acqua e l’orto che spiega il ciclo della vita. Hanno sostituito le merendine con la terra sotto le unghie e le ore di ginnastica con la dignità di coltivare il proprio pane.

Non è un crimine togliere ai bambini telefonini, palmari, TV e cibi processati. È, al contrario, un atto di profonda consapevolezza pedagogica ed ecologica, perfettamente in linea con le nuove sensibilità ambientaliste.

​Eppure, un giorno, il mondo di cemento e burocrazia ha bussato alla loro porta.
​Un giudice, un assistente sociale – persone che hanno studiato per “migliorare le condizioni di vita”- hanno guardato quel bosco e hanno visto solo la mancanza che loro avrebbero voluto avere. Hanno visto l’assenza del loro standard urbano, non la pienezza dell’amore di quella famiglia. Hanno confuso la scelta contro-culturale con la negligenza grave.

Come osano sindacare la scelta pedagogica di genitori formidabili? Il metro di misura del benessere di un bambino è forse il numero di giocattoli o la vicinanza a un centro commerciale? Può lo Stato imporre una scelta urbana e non naturale? I bambini stanno forse meglio in una comunità fredda e impersonale rispetto a una famiglia amorevole, anche se vive in una casa spartana?

Il vero nodo legale, l’isolamento e il presunto “pregiudizio”, è solo la scusa per imporre una visione omologata di felicità.

Il vero crimine è l’estirpazione.

Il vero crimine è sradicare un seme che sta crescendo robusto per trapiantarlo in un vaso sterile chiamato “comunità”, dove forse troveranno il bagno in casa, ma perderanno il coraggio di guardare la luna senza filtri.

Se il metro di misura fosse l’assenza di comodità, allora dovremmo rinchiudere intere generazioni. Dovremmo arrestare tutti gli animali del bosco perché non frequentano le scuole urbane.

È tempo di mobilitarci non solo a parole per l’ambiente, ma per il diritto umano a vivere i nostri ideali.

È tempo di liberare il nostro cervello dalle gabbie di protezione burocratiche.

L’amore, l’orto, l’aria fresca e il sapere che viene dalla terra non sono carenze, ma la più alta forma di ricchezza che un genitore possa donare.

Liberiamo i bambini della foresta e, con loro, un pezzo della nostra anima selvatica.

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