🎧 Ascolta l’articolo ▶️ (durata 9’17” con la voce di Remy)
Prima di ogni ragionamento politico: forza Alessandro.
Da Cuba arrivano notizie che permettono almeno di sperare. Alessandro Di Battista è stato trasferito cosciente all’Hermanos Ameijeiras dell’Avana per ulteriori accertamenti. È un grande ospedale pubblico, nel quale si curano cubani e stranieri: lo preciso soltanto perché qualcuno è riuscito a trasformare in polemica anche questo.
Vale la pena ricordare anche perché Di Battista si trovasse a Cuba. Non era in vacanza: stava lavorando a una nuova serie di reportage, continuando a fare una cosa ormai quasi eccentrica nel giornalismo italiano: andare a vedere i luoghi e parlare con le persone prima di raccontarli.
La reazione collettiva al suo malore, però, ha mostrato anche qualcos’altro, e sarebbe sbagliato non vederlo. Nessuno vorrebbe misurare così la popolarità di una persona a cui vuole bene. Ma in poche ore sono arrivati migliaia di messaggi, dichiarazioni pubbliche, testimonianze di affetto: esponenti del Movimento 5 Stelle, persone lontane da quel Movimento da anni e soprattutto una moltitudine che nessuna categoria politica riesce a contenere.
È innanzitutto solidarietà umana. Ma per qualche ora ha illuminato qualcosa che nei sondaggi normalmente non compare.
LA FORMA È FINITA, LA DOMANDA NO
Il primo Movimento 5 Stelle fu anche un’enorme irruzione democratica. Per milioni di cittadini significò la sensazione che si potessero ancora rompere i vecchi recinti, entrare nelle istituzioni senza chiedere il permesso alle filiere tradizionali, portare al centro temi che altrimenti ne sarebbero rimasti fuori.
Quell’esperienza ha poi dissipato gran parte del proprio patrimonio. Di Battista uscì dal Movimento quando questo scelse di sostenere il governo Draghi; io fui espulso dal gruppo parlamentare per essermi rifiutato di votargli la fiducia.
Sarebbe però un errore grave scambiare la fine di una forma politica per la fine della domanda sociale che l’aveva prodotta.
Non è ch quel popolo sia evaporato: si è semmai disperso. Una parte nell’astensione, un’altra parte nella disillusione, un’altra parte ancora nella convinzione che il voto ormai non tocchi più le decisioni fondamentali.
Non a caso, nel libro collettivo a cui sto lavorando, il capitolo immaginato proprio per Di Battista riguarda la sua “democrazia deviata”: milioni di cittadini non si astengono necessariamente per indifferenza, ma perché percepiscono che guerra, riarmo, poteri finanziari e scelte strategiche sfuggano alla loro capacità di decidere. Da qui una tesi semplice: milioni di astenuti aspettano un voto che torni a contare.
La popolarità di Di Battista, del resto, non consiste in una nostalgia del vecchio M5S. Se l’è ricostruita fuori da quel Movimento, soprattutto su Palestina, guerra, riarmo e informazione.
LE PAROLE SONO FATTI
C’è poi una qualità personale che nessuno gli contesta: Di Battista sa parlare.
Detta così sembra un complimento minore. È invece una delle cose politicamente più serie che si possano dire di qualcuno.
Una parola efficace rende dicibile ciò che migliaia di persone stavano sentendo ciascuna per conto proprio. Dà un nome a un disagio o a un interesse da difendere, crea riconoscimento, e dal riconoscimento possono nascere identità, partecipazione, organizzazione.
Quando una parola incontra una domanda sociale reale, diventa potere. Lo abbiamo visto anche in figure politicamente lontanissime da noi, come Charlie Kirk, che Gabriele Guzzi definì felicemente un “combattente della parola”. Nessuna analogia ideologica: una regola generale.
Di Battista possiede inoltre una qualità rara: sa attraversare le bolle. Ha un pubblico autonomo e, quando entra nei grandi media, riesce ancora a scompaginare il copione invece di recitarlo.
Ma il timore improvviso di perderlo dalla scena ha rivelato anche una debolezza: quanto di quell’area dipende ancora da una sola persona?
Un leader conta. Ma un popolo politico non può essere un leader moltiplicato per un milione.
L’ARCIPELAGO
Quell’area, intanto, esiste già. Non coincide con una sigla: è un arcipelago. Ci sono le persone che seguono Di Battista, e quelle che seguono Gabriele Guzzi, Angelo d’Orsi, Elena Basile, Francesco Toscano e molte altre figure venute da culture diversissime; mondi costituzionali, cattolici, sociali, sovranisti, post-grillini, pezzi della vecchia sinistra, e cittadini che da nessuna di queste storie provengono.
Non sono d’accordo su tutto, e non devono esserlo. Una convergenza plurale non nasce quando tutti cominciano per miracolo a pensare allo stesso modo, ma quando persone diverse riconoscono che su alcune questioni superiori bisogna tornare a decidere democraticamente insieme: se restare in guerra o costruire la pace, se mettere le risorse nel riarmo o nello sviluppo, chi controlla l’informazione e le piattaforme, quanta sovranità economica ci resta dentro le gabbie di UE e NATO.
Sono domande su cui in questo Paese non si vota da troppo tempo.
Tra giugno e luglio, all’assemblea di Agorà e al congresso di Democrazia Sovrana Popolare, avevo posto esattamente questa domanda: come si dà una forma politica permanente a una maggioranza sociale che esiste già? E avevo aggiunto che forse erano stati giudicati male anche i più giovani: non sono necessariamente apatici, ma spesso orfani di forme adeguate.
TRE FATTI IN QUARANTOTTO ORE
È dentro questa cornice che mi ha colpito la concentrazione di tre fatti diversissimi nello stesso paio di giorni. Non c’è alcun rapporto causale fra loro, ma messi uno accanto all’altro raccontano qualcosa del tempo in cui viviamo.
Il primo è la scelta di Guido Crosetto di coinvolgere Mykhailo Fedorov nell’innovazione della Difesa italiana.
Fedorov non è semplicemente un esperto di droni. Incarna il modello ucraino nel quale Stato, industria, startup, grandi piattaforme, intelligenza artificiale e dati del campo di battaglia vengono saldati insieme con straordinaria rapidità. L’Ucraina è diventata il laboratorio della nuova guerra tecnologica e ciò che lì viene sperimentato deve ora essere trasferito e portato su larga scala.
Colpisce soprattutto la velocità differenziale dello Stato: lentissimo quando deve garantire servizi e diritti, rapidissimo quando deve finanziare, organizzare e industrializzare la guerra.
Il secondo fatto è la rimozione di Sigfrido Ranucci dalla conduzione di Report. La vicenda non è semplice e io stesso ho avuto critiche anche severe verso Ranucci. Ma la libertà dell’informazione non può misurarsi sulla simpatia che proviamo per il giornalista coinvolto. Il punto rimane quanto spazio effettivo sia consentito, in questo Paese, all’inchiesta indipendente e al dissenso.
Il terzo è il malore che sottrae almeno temporaneamente alla scena in un momento decisivo una delle voci più forti contro la guerra e il riarmo.
Tre storie senza alcun legame, e tuttavia un’immagine sola.
Ciò che prepara la guerra dispone già di ministeri, imprese, software, capitali, consulenti e procedure accelerate. Ciò che domanda la pace dispone di un grande consenso sociale, di alcune personalità forti e di molte comunità che ancora non si parlano.
La guerra ha già un partito. La pace ha ancora un arcipelago.
PRIMA IL TERRENO COMUNE
Da mesi lavoro proprio su questo. Non a un’altra sigla, non a un contenitore che chieda agli altri di sciogliersi dentro di sé e nemmeno alla ricostruzione nostalgica del Movimento 5 Stelle.
Lavoro a un metodo: prima il terreno comune, poi le forme. Tesi, non tessere. Prima il patto, poi i nomi. È anche l’impostazione del progetto di libro sul “partito che non c’è”: far pensare insieme mondi differenti prima di pretendere di organizzarli sotto lo stesso simbolo.
Giorgio La Pira diceva che «gli Stati cambiano, ma le città rimangono». Per me oggi significa: generosi con le sigle, gelosi con le comunità. Le sigle possono cambiare, federarsi, ricombinarsi; le comunità umane, le relazioni e i territori sono invece il patrimonio da non dissipare.
Nessuno deve rinnegare la propria storia per entrare e nessuno può illudersi di bastare a se stesso.
Soprattutto, la pace non può restare un’aspirazione morale che fa onore a chi la coltiva e non toglie il sonno a nessuno. Deve diventare politica economica, lavoro, sviluppo, sovranità, scuola, sanità, tecnologia governata democraticamente.
Perché dall’altra parte il riarmo un sistema ce l’ha già.
ADESSO, PERÒ, ALESSANDRO
Tutto questo viene dopo.
Oggi Alessandro deve guarire, e a lui e alla sua famiglia vanno l’affetto, le energie morali e, per chi crede, le preghiere di tutti noi.
Quello che è successo, però, ci ha costretti per qualche ora a guardarci allo specchio. Abbiamo visto quanto possa ancora contare una persona capace di parlare senza chiedere il permesso, quante persone continuino a riconoscersi in una domanda che nessuna forza politica rappresenta interamente e quanto sia fragile affidare quella domanda a pochissime voci.
Non dobbiamo inventare un’area che non esiste. Dobbiamo riconoscere un’area che c’è già e metterla in condizione di diventare decisione politica.
È un popolo che non si è ancora contato.
Forse il lavoro comincia esattamente da qui.
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