🎧 Ascolta l’articolo ▶️ (durata 3’10” con la voce di Florian)
Esiste un paradosso amaro che attraversa le strade di Nuoro, l’Atene sarda. Mentre nelle università di Tokyo, Heidelberg e Zurigo la lingua sarda è celebrata come un tesoro inestimabile di civiltà, nelle stanze del potere locale sembra essersi aperta una stagione di “pulizia simbolica”. Il contrasto è stridente: da un lato, l’abbraccio degli stranieri che hanno dato dignità scientifica al sardo; dall’altro, una politica di centrosinistra che pare voler ammainare i vessilli dell’identità.
Per capire cosa stiamo rischiando di perdere, dobbiamo guardare a chi, pur non essendo nato in Sardegna, ne ha riconosciuto la grandezza monumentale. Studiosi che hanno visto nel sardo non un dialetto, ma una lingua nobilissima, la più vicina al cuore del Mediterraneo antico. Possiamo citare allora:
- Max Leopold Wagner (Germania) – Il “padre” della linguistica sarda. Il suo Dizionario Etimologico Sardo (DES) è la prova scientifica che il sardo è la lingua più fedele erede del latino. Wagner girò l’isola palmo a palmo, parlando con pastori e contadini, trattando ogni vocabolo come un reperto archeologico di valore inestimabile;
- Shigeaki Sugeta (Giappone) – Dalla prestigiosa Università Waseda di Tokyo, Sugeta ha attraversato il mondo per studiare quello che definiva “un miracolo linguistico”. Il suo Vocabolario Etimologico Sardo (VES) del 1988 è un ponte tra l’Estremo Oriente e la Sardegna, un omaggio alla purezza dei suoni della nostra terra.
- Johannes Hubschmid (Svizzera) – L’uomo che ha scavato nel “sostrato paleosardo”, riportando alla luce le radici millenarie della nostra flora e geografia, legando la Sardegna alle civiltà più
Questi giganti hanno trattato il sardo con la sacralità che si deve a un monumento nazionale. Per loro, il sardo era (ed è) un passaporto per la storia del mondo.
Oggi, però, quel monumento viene picconato proprio nel suo centro nevralgico. A Nuoro, la denuncia è forte: i saluti in lingua sarda spariscono dai contesti ufficiali per fare posto a una fredda e incolore omologazione. Dopo la rimozione della Bandiera Sarda dal protocollo ufficiale a Nuoro, questo attacco alla lingua segna una direzione politica inquietante del centrosinistra locale con la maggior responsabilità di Fenu e dei 5 stelle.
Togliere il sardo dalle istituzioni significa silenziare la voce dei padri e ignorare il lavoro di quegli stranieri che hanno dedicato la vita a studiarci. È un atto che profuma di complessi d’inferiorità mascherati da modernismo: l’illusione che per essere “europei” o “al passo con i tempi” si debba smettere di essere sardi.
Se Nuoro, la città che ha nutrito intelletti universali, smette di salutare in sardo, smette di essere se stessa. Non possiamo permettere che il rigore scientifico di un tedesco o di un giapponese venga vanificato dall’indifferenza di chi come Emiliano Fenu governa oggi.
Avrebbe dovuto fare un’ordinanza d’urgenza per rimuovere l’inglesismo dalla strada d’uscita da Nuoro.
La lingua sarda non è una zavorra di cui liberarsi, ma la nostra unica vera bandiera. È tempo che quella bandiera torni a sventolare e che la parola sarda torni a risuonare nei palazzi del potere. Perché una politica che cancella la propria lingua non sta guardando al futuro e non sta solo perdendo la memoria ma anche la sovranità.














