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Da Myla a Domusnovas: il vaso di Pandora è aperto

🎧 Ascolta l’articolo ▶️ (durata 4’04” con la voce di Remy)
Il 28 agosto, a Myla, distretto di Bucha, un drone russo ha centrato un deposito di munizioni ucraino. Detonazioni a catena per ore. Trentotto morti.
Trentaquattro di loro si trovavano in una struttura per anziani e persone con disabilità, costruita accanto alla santabarbara.
Zelensky ha versato qualche lacrima di coccodrillo di fronte alle immagini apocalittiche: le munizioni non dovevano stare lì. Ma a luglio era già successo a Vyshneve, sempre nella regione di Kiev. Stesso schema, stesse vittime. Due volte in meno di due mesi. Myla non è perciò un incidente, ma un diabolico perseverare.
A giugno Zelensky aveva lanciato la famosa «operazione dei 40 giorni», che avrebbe dovuto piegare la Russia. La guerriglia informativa degli ultra-atlantisti aveva ogni giorno un nuovo orgasmo davanti alle infrastrutture in fiamme a Mosca e San Pietroburgo. Non è bastato ad abbeverare Ursula von der Leyen e altri cavalli di razza in Piazza Rossa.
Il 22 agosto Putin ha detto che colpendo le infrastrutture economiche russe Kiev ha «aperto il vaso di Pandora», annunciando la rappresaglia contro i settori più sensibili dell’economia ucraina. È una soglia che si sposta con impressionante accelerazione.
I media e la piciernosfera continuano intanto a raccontarci una specie di gatto di Schrödinger geopolitico. La Russia sarebbe contemporaneamente sul punto di crollare e sul punto di invadere l’Europa. Talmente fragile che bastavano quaranta giorni per piegarla; talmente potente che dobbiamo riarmare l’intero continente. Perché si contraddicono così?
Dire “stiamo vincendo” serve a promettere che il salasso sulle classi medie troverà finalmente un esito: è come la carota appesa davanti al naso dell’asino per ingannarlo e farlo camminare, non importa se verso il precipizio.
Dire “stanno per attaccarci” serve a sfilarci il portafoglio con la paura.
In ogni caso per interi popoli è un gioco a perdere mentre la Classe Armata dei pescecani di guerra ingrassa. Come in Ucraina, ma sempre più in grande.
Nel frattempo accade qualcosa di molto concreto: la frontiera militare si allarga.
Ne ho già parlato in dettaglio nei giorni scorsi: ad agosto si è scoperto che Leonardo ha costituito a Kiev, dal 20 maggio, la controllata Leonardo Ukraine, per entrare direttamente nell’ecosistema della guerra dei droni. Il 28 agosto Crosetto ha nominato advisor per l’innovazione della Difesa Mykhailo Fedorov, ex ministro della Difesa ucraino rimosso da Zelensky a luglio, su droni, sistemi unmanned e difesa aerea.
I sonnambuli europei dichiarano che stanno «aiutando l’Ucraina». In realtà, stanno costruendo una filiera militare integrata, in cui progettazione, produzione, dati operativi e sperimentazione diventano parti dello stesso sistema.
Da sardo, tutto questo ha un indirizzo preciso.
A Domusnovas la RWM del gruppo Rheinmetall produce esplosivi, bombe d’aereo e testate esplosive. Da un anno la Sardegna ospita anche la produzione in serie di droni kamikaze della famiglia HERO, sviluppati con la UVision, un’azienda allegramente sionista.
Non sto dicendo che domani un drone russo colpirà Domusnovas. Dico che chi integra l’industria europea dentro una guerra contro una potenza nucleare non può garantire che il territorio europeo resterà per sempre fuori dalla guerra.
E non è una mia deduzione: il 27 agosto Maria Zakharova ha dichiarato che qualsiasi installazione militare britannica, «in Ucraina e al di fuori dei suoi confini», può diventare obiettivo legittimo. Abbiamo una classe dirigente che sta imitando i britannici e ci mette nel loro stesso piano inclinato. La forza di gravità della guerra potrebbe fare il resto.
Myla insegna una cosa sola: quando una grande infrastruttura militare viene immersa in un territorio abitato, la distinzione fra fronte e retrovia svanisce.
Per anni ci hanno promesso di europeizzare l’Ucraina. Sta accadendo l’opposto: ucrainizzare l’Europa.
E in Sardegna uno di quei luoghi l’abbiamo già costruito.
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