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La recente approvazione da parte del Parlamento greco di una legge che permette, nel settore privato e su base volontaria, una giornata lavorativa fino a 13 ore (per un massimo di 37 giorni all’anno, con una maggiorazione del 40% della retribuzione), le dichiarazioni di figure influenti come Elon Musk, che, in passato, ha parlato di settimane lavorative da 70-80 ore come “necessarie” per cambiare il mondo, ovvero il ciclo lavorativo del 9-9-6 adottato dalle start up della Silicon Valley, e – ancora – il dannosissimo 0-0-7 cinese (da mezzanotte a mezzanotte sette giorni su sette) sollevano interrogativi profondi sul futuro del lavoro e sul valore del tempo libero nonché, soprattutto, della vita stessa. Questi due fenomeni, seppur diversi, convergono nell’idea di un’intensificazione estrema dell’impegno professionale, ponendosi in netta controtendenza rispetto alle storiche conquiste operaie.
Il governo greco difende la nuova norma come un modo per regolarizzare e remunerare meglio il lavoro extra che alcuni dipendenti già svolgono presso datori di lavoro diversi, specialmente in settori ad alta domanda come il turismo. Sostiene, poi, che la flessibilità e l’aumento salariale (del 40% per le ore extra oltre le 8) siano benefici per i lavoratori che desiderano guadagnare di più. Come sempre, per far digerire la pillola venefica, la si para davanti con l’argomentazione del vantaggio che ne verrebbe a chi la assume. E, presa la prima pillola, si fa in fretta a passare alle supposte… Già, perché come diceva Andreotti: «A pensar male si fa peccato ma spesso ci s’azzecca».
Ecco spiegato il motivo per il quale sindacati e opposizione hanno denunciato il provvedimento come un passo verso la “schiavitù moderna” e un “ritorno al Medioevo”. La critica più pungente riguarda la nozione di “volontarietà” (che ci ricorda la spintanea scelta di aderire al sacro rito dell’inoculazione con successivo green pass annesso) in un contesto di forte squilibrio di potere tra datore di lavoro e dipendente. In un paese con una media di ore lavorative settimanali già superiore alla media UE (39,8 ore contro 35,8, secondo Eurostat) e con salari spesso bassi, è forte il rischio che la scelta di lavorare 13 ore al giorno diventi una necessità economica o, peggio, una condizione imposta indirettamente per non perdere il posto. Inoltre, l’estensione dell’orario mette a rischio la tutela della salute, la sicurezza del lavoratore e la violazione del diritto al riposo giornaliero.
Dietro tali scelte ci sono filosofie capitalistiche davvero estremiste ben evidenziate dalle dichiarazioni di Elon Musk, che in diverse occasioni ha incoraggiato, come detto, un regime di lavoro da 70, 80 o persino 120 ore settimanali (quest’ultima riferita a se stesso durante periodi di crisi), riflettendo una mentalità che glorifica l’iper-produttività e il sacrificio personale come unica via per l’innovazione e il successo.
Sebbene un impegno straordinario possa essere un fattore decisivo in start up e progetti ad alto impatto, trasformare l’eccezione in norma è pericoloso. Questo modello ignora le evidenze scientifiche che dimostrano come la produttività diminuisca drasticamente dopo le 40-50 ore settimanali e come l’eccesso di lavoro generi burnout, problemi di salute e calo della qualità del prodotto. L’ossessione per il numero di ore lavorate promuove una cultura del lavoro tossica che non è sostenibile per la maggior parte dei lavoratori e che è volta a creare turn over continui. La dinamica lavorativa sarebbe questa: ti assumo con il ricatto, ti spremo fino allo stremo, esaurisci le tue risorse produttive, diventi inefficiente, ti licenzio, vaghi depresso e senza tetto sulla testa perché non sei più in grado di rigenerarti e riciclarti, muori di stenti in una metropoli frenetica e indifferente popolata da automi ormai divenuti inumani, distratti e anaffettivi. Persino le strutture delle città cambieranno: si dormirà si divani aziendali, si condivideranno gli spazi intimi, si pagherà per un po’ di compagnia, per lo sport eventuale saranno predisposti spazi che consentano di muoversi e partecipare contemporaneamente a qualche riunione. E che dire del calendario? Niente più giorni rossi… E per i viaggi? Rimarrebbe il comodissimo smart working. Figli? Famiglia? Progetti di vita? Movida? Tutto bandito nelle società iper-produttive del futuro che ci vedranno sempre più sostituiti da robot che faranno il lavoro al posto degli estinti esseri umani.
Dunque, che dire? Le tendenze contemporanee in Grecia e la retorica dell’estrema dedizione al lavoro contrastano in modo preoccupante con una storia lunga più di un secolo di lotte operaie volte alla riduzione dell’orario di lavoro. Queste battaglie non furono condotte per pigrizia, ma per garantire ai lavoratori dignità, salute e un minimo di tempo per la vita personale.
Prima dell’industrializzazione e durante le prime fasi della rivoluzione industriale, non era raro lavorare 14-16 ore al giorno. Il movimento operaio elevò la rivendicazione delle “8 ore lavorative” a bandiera internazionale con lo slogan “Otto ore di lavoro, otto di riposo, otto per sé”. Nel XIX Secolo, le prime lotte per le 10 ore e poi per le 8 ore iniziarono in Inghilterra e negli Stati Uniti. La data simbolica del 1° Maggio trae origine dalla protesta per le otto ore a Chicago nel 1886. E giova ricordare che nel primo ‘900, in Italia, dopo lunghe mobilitazioni, l’accordo per la giornata lavorativa di 8 ore venne stipulato nel settore metalmeccanico. Era il 1919, e l’orario massimo di 8 ore giornaliere o 48 settimanali venne esteso a tutte le categorie di lavoratori con il Regio Decreto nel 1923.
Nel corso del XX secolo, la contrattazione collettiva ha progressivamente ridotto l’orario settimanale, arrivando in molti paesi alle 40 ore o meno, introducendo il sabato libero (la “settimana corta”), una conquista fondamentale per il tempo libero e la vita familiare.
Questi progressi dimostrano che la riduzione dell’orario non ha storicamente portato a un calo proporzionale della produttività, ma ha invece migliorato la qualità della vita, la sicurezza sul lavoro e, in alcuni casi, ha persino aumentato l’efficienza complessiva.
In definitiva, la legge greca, l’ideologia di Musk e quella cinese sembrano rappresentare una regressione. Invece di guardare avanti verso modelli più sostenibili come la settimana lavorativa di 4 giorni (attualmente in sperimentazione in molti paesi e da studiare bene per evitare clamorose fregature), si spinge il lavoratore verso l’estremo opposto. La battaglia per la riduzione dell’orario di lavoro non è finita, ma sta anzi riemergendo con forza come elemento centrale del conflitto sociale nell’era post-pandemica che raccoglie i frutti dell’esperimento sociale degli anni scorsi. È necessario difendere il diritto a una vita equilibrata, ricordando che il progresso non si misura solo in PIL e produttività, ma anche nella qualità della vita delle persone.














