🎧 Ascolta l’articolo ▶️ (durata 3’08” con la voce di Vivienne)
Fin da piccolissima, ho sentito raccontare del “quaderno del pagherò”; in realtà, alternativamente “libretto”, “registro”, “blocchetto”… ma sempre del “pagherò”, in sardo campidanese de is contus.
Si trattava di un’archiviazione formale affidata a carta, penna e fiducia reciproca della possibilità di “mangiare a credito”. Il metodo di pagamento – saldo unico al ricevimento dello stipendio e, ancora prima, della paga – ha raggiunto la sua massima diffusione tra gli inizi del ‘900 e la fine degli anni’ 70. Infatti, a partire dagli anni ’80, abbiamo assistito al boom economico e le piccole botteghe di vicinato sono state via via fagocitate dai supermercati prima, dagli iper poi e dai centri commerciali oggi, in competizione con l’e-commerce. Inoltre, i vicinati si sono fatti molto popolosi, ai residenti locali si sono affiancati sempre più alloctoni, e i lavori si sono fatti sempre più distanti. Recentissimamente, l’introduzione della variabile smart working ha complicato ancora di più le cose, dal momento che, in ragione di ciò, c’è chi preferisce non uscire e farsi consegnare gli acquisti anche di soli generi alimentari direttamente a casa. Così la preferenza per gli acquisti è passata dal “sottocasa” all'”opportunistico”.
Nondimeno, hanno fatto il loro ingresso nel mercato le carte di credito, inserendo nel rapporto di fiducia smaterializzato un mediatore che facesse anche da garante – sulla base della garanzia della busta paga o di un bel conticino -. In pratica, è entrato nella partita l’istituto bancario.
Incamminati spediti verso la terza decade del terzo millennio il mercato e la società si sono guardati in faccia e, preso atto che l’instabilità economica fa ormai parte di un quadro diffuso e generalizzato, hanno deciso di ridefinire i rapporti tra gli attori in gioco nella partita per la sopravvivenza quotidiana e di recuperare dal passato i temi della “fiducia” e del “mangiare a credito”. Ecco, da qui è nata l’idea de “la spesa a rate” proposta dalla catena Pewex, con addirittura 4 opzioni possibili di pagamento, l’ultima delle quali è una finanziaria.
A ‘sto punto qualche riflessione mi pare doverosa: quando il debito smette di essere strumento eccezionale utilizzato per la scalata sociale (ad esempio, acquistare l’auto nuova o una casa più grande) e si trasforma in motore per la sussistenza quotidiana è l’intera identità sociale degli individui che viene ridefinita ma anche la loro fisiologia cognitiva. Così si passa dall’Homo Debitor (indebitato) sviluppato da Maurizio Lazzarato e caratterizzato da un potente e permeante senso di colpa a quello che io definirei Homo Confictus (logorato). E logorato dall’impossibilità di scardinare il circuito mentale indotto dal mercato che vuole esseri umani spinti dal desiderio e, parimenti, mai liberi nel raggiungerlo. Uno stato di ruminazione economica e depressione psicologica che precipita gli individui in logoranti stati di sottomissione cronica e potenziale continuo soggiogamento. Mai pienamente realizzati, sempre fugacemente anestetizzati.
Ma è davvero questa la società che vogliamo ammannire per le generazioni che verranno?













