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La chiamano neutralitĂ editoriale ma, in realtĂ , è da una parte una forma di censura, dall’altra una meschina arma di condizionamento o manipolazione mentale che dir la si voglia. Ci stiamo riferendo alla polemica scatenata dall’emittente britannica BBC per aver richiamato la giornalista Martine Croxall che aveva espresso perplessitĂ sull’uso del termine “persone incinte” anzichĂ© “donne incinte”. Un esempio addirittura sfrontato di come una prepotente spinta all’inclusione possa degenerare in una vera e propria follia ideologica che riscrive la rea
Il cuore della controversia è l’atto di sostituire un termine specifico e biologicamente ineccepibile – donna – con un generico e astratto – persona.
Il caso della BBC non è isolato, ma si inserisce in una tendenza globale sempre piĂą diffusa negli enti pubblici, nelle istituzioni accademiche e nei media. Infatti, il passaggio da “donne incinte” a “persone incinte” è stato adottato da diverse organizzazioni sanitarie e accademiche per includere gli uomini transgender e le persone non-binarie che mantengono la capacitĂ riproduttiva e possono, quindi, portare avanti una gravidanza.
La logica del linguaggio neutro ha portato alla coniazione di espressioni ancora piĂą contorte per evitare il termine “madre”: si parla di birthing parent, ovvero genitore che partorisce, o di chestfeeding con il quale l’allattamento al seno è sostituito dall’allattamento al petto.
In Canada, Regno Unito e negli Stati Uniti, i moduli ospedalieri, i documenti legali e le guide mediche hanno subìto revisioni per eliminare riferimenti a “madri”, “padri” o “donne”, sostituendoli con formulazioni neutre. Questo crea confusione, proprio in quei contesti nei quali la distinzione biologica (il sesso) è spesso cruciale.
La critica principale contro questa deriva del politically correct si articola su tre livelli fondamentali.
1. L’erosione della precisione biologica e linguistica
La gravidanza è una funzione riproduttiva intrinsecamente legata al sesso femminile. Circa il 99,99% delle persone incinte nel mondo sono donne. La lingua, per sua natura, è uno strumento di chiarezza e precisione. Sostituire il termine “donne incinte” con “persone incinte” non è inclusivo ma impreciso in una misura tale da rendere l’espressione quasi inutilizzabile in contesti dove la chiarezza è vitale (ad esempio, nella statistica medica o nel diritto).
Con questa deriva, si crea una forzatura ideologica che, nel tentativo di non offendere una piccolissima minoranza, finisce per astrarre e renderne invisibile la stragrande maggioranza, e soprattutto, cancella una realtĂ biologica universale.
2. La censura del senso comune e della libertĂ di parola
Il caso della BBC è particolarmente preoccupante per le sue implicazioni sulla libertĂ di espressione. Il richiamo alla giornalista per aver espresso una perplessitĂ sull’identitĂ trans, anche solo “con la sua espressione facciale”, suggerisce una vera e propria polizia del pensiero e del linguaggio. La distopia in tutto ciò è assolutamente palpabile.
Quando le istituzioni iniziano a imporre un vocabolario specifico e puniscono la deviazione, si va oltre l’educazione e si entra nel campo della coercizione ideologica. Si costringe la maggioranza ad adottare un linguaggio che percepisce come assurdo, generando non inclusione, ma crescente risentimento e polarizzazione. Questa è la vera essenza del politically correct portato all’estremo: un sistema di regole sociali che privilegia la suscettibilitĂ di alcuni gruppi rispetto alla chiarezza, alla logica e, in ultima analisi, alla libertĂ di pensiero.
3. La cancellazione dell’identitĂ femminile
Per molti, in particolare per le femministe che si definiscono “gender-critical” (critiche del concetto di identitĂ di genere come distinto dal sesso biologico), l’uso di “persone incinte” è visto come l’ultimo atto di una piĂą ampia strategia di cancellazione della categoria di “donna”.
In questo contesto critico, si sostiene che l’ossessione per il linguaggio neutro, lungi dall’essere progressista, sia profondamente misogina. La maternitĂ e la gravidanza sono esperienze centrali (sebbene non esclusive) della vita di molte donne. Sostituire “donne incinte” con “persone incinte” è un modo per negare e sminuire l’esperienza femminile unica, riducendo la donna a un semplice “contenitore” biologico, un “corpo con la capacitĂ di partorire,” piuttosto che riconoscerla come un soggetto con un’identitĂ sessuale specifica e una storia sociale legata a quella funzione.
Tirando le somme, il dibattito “donne incinte” vs “persone incinte” è il microcosmo di una battaglia culturale piĂą ampia. L’imposizione di un linguaggio che sfuma la distinzione tra sesso e genere, tra biologia e identitĂ , rappresenta un pericolo reale.
Quando si è costretti a negare un dato di realtĂ oggettivo – che la gravidanza è un fenomeno biologico femminile – per conformarsi a un’astrazione ideologica, la societĂ non diventa piĂą equa; diventa piĂą confusa, disordinata e meno ancorata al senso comune. Difendere la parola ‘donna’ non è un atto di esclusione, ma di resistenza contro una deriva che, nel nome della correttezza politica, rischia di cancellare non solo le parole, ma anche le categorie fondamentali della nostra esistenza.














