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Visita al Parco di Monti Crastu tra natura, arte ed energia

🎧 Ascolta l’articolo ▶️ (durata 10’54” con la voce di Ingrid)

Nel territorio di Serrenti si trova una località denominata Monti Crastu dalla quale prende nome l’omonimo Parco realizzato da Angelo e dalla moglie Rita.

In precedenza quella che oggi è un’oasi con 2500 specie botaniche e 5000 opere d’arte era una cava. 25 anni fa Angelo acquistò un territorio brullo con l’idea di riqualificarlo e, a distanza di tempo, il risultato è un bruscolo di Paradiso nel quale le energie del luogo si mescolano e dialogano con la natura, l’arte e l’animo di coloro che per curiosità o ventura si trovino a passeggiare tra i suoi sentieri.

Angelo, con il proprio spirito botanico e creativo, e Rita, con la propria maestria nel confezionare i tipici pistoccheddus serrentesi in formato mignon, l’abilità nel realizzare piccoli disegni e un’anima letteraria che, pian pianino, troverà piena espressione, gestiscono questo immenso organismo vivente a mezza via tra un orto botanico e un museo di opere d’arte a cielo aperto.

In questo meraviglioso luogo il tema energetico ritorna più volte durante la nostra visita e noi stessi ne facciamo esperienza. Se ne aveste la possibilità, venite e provate voi stessi. Tuttavia, il punto del Parco massimamente carico di energia è una enorme marna di forma simile ad un parallelepido. La sua particolarità è di attirare a sé animi inquieti, addirittura decisi a travalicare il confine tra dimensione terrena e Aldilà. La sua forza vitale è, però, tale da infondere nuovo coraggio in coloro che vi giungono. Dinnanzi ad essa, costoro si trovano un’enorme divinità calcarea supina lungo il pendio che affaccia verso il nucleo abitato. Sulla sommità è presente un’evidente dislivello o incavo, forse l’esito di lunghi contatti avvenuti in migliaia di anni tra questa entità in spoglie rupestri e gli uomini che in questi luoghi abitarono o, semplicemente, transitarono.

Tra la prima esperienza energetica e la marna sommitale si snoda tutto il Parco che ospita migliaia di opere d’arte, in buona parte realizzate da Angelo stesso e nella restante parte divise tra produzioni artistiche di virtuosi giunti nel sito per caso, curiosità, sentito dire o spinti dal Destino. E il Destino è il secondo grande tema sul quale si concentra spesso quest’artista che, oltre che creativo è anche un profondo pensatore. Lui, infatti, da bambino frequentava questo luogo, ancora sito minerario attivo, e aveva maturato già in calzoncini corti che un giorno quello spazio così suggestivo sarebbe stato suo e l’avrebbe trasformato in un’oasi. Ritiene, dunque, di essere stato indirizzato e sostenuto nel proprio intento proprio dal Destino.

Sostenuto da questa convinzione intima e spirituale, Angelo dà sfogo al proprio estro artistico, sia realizzando opere durature – che a volte espone e altre volte ingloba nel verde dell’oasi – sia opere effimere, come una barca di venti metri realizzata in legno e canne.

Peraltro, il Parco è una continua scoperta di colori e profumi sui quali aleggia discreto ma quasi costante il tintinnio rilassante di innumerevoli scacciapensieri realizzati con le canne lacustri e, se voleste visitarlo, potreste logisticamente dividerlo in tre macro-aree.

La prima è dedicata allo sfogo collettivo dell’arte, ovvero si tratta di uno spazio dove chiunque può realizzare qualcosa e donarlo al Parco. In questo modo il Parco cresce e la sua energia rimane sempre vitale e dinamica. Pensate che dove ora si trova un dipinto dell’artista Roberto Sironi in precedenza Angelo aveva realizzato un bassorilievo della Sardegna e del nostro mare. Cionondimeno, di Angelo, oltre all’anima sarda inglobata nel dipinto di Sironi, rimane sulla sommità ad arco dell’opera la chiave di volta che reca le lettere LS, ovvero le iniziali di Libera Sardegna, un richiamo motivazionale per tutti i sardi, da sempre impegnati a contrastare prevaricazioni estere.

La seconda macro-area è dedicata allo scambio di libri. È, infatti, presente una piccola raccolta bibliotecaria, sapientemente inserita nel circuito bibliotecario locale, all’interno della quale si può appunto praticare il bookcrossing. Anche in questo caso, tutto avviene senza registrare nulla, lasciando a ciascuno piena libertà e fiducia. Niente chiavi, niente telecamere, niente iscrizioni, niente computer. Tutto fluisce con la libertà dei desideri di ciascuno. Questa biblioteca è quasi una bomboniera tant’è piccina, un angolino raccolto, discretissimo ma che lancia un messaggio importante: per il solo fatto che esisti, io mi fido di te.

La terza macro-area è dedicata alla leggenda. Ci raccontano, infatti, Angelo e Rita, l’affascinante mito locale di Anna Trutiri per la quale Angelo ha deciso di realizzare una dimora che potesse accoglierne lo spirito. All’interno dell’ampia pinnetta che le ha dedicato e che sovente fa da rifugio per occasionali viaggiatori, marito e moglie ci raccontano che Anna era una bella donna – talmente bella da essere appellata “trutiri”, tortorella – che, per ragioni ormai dissoltesi nel vento dei tempi, perse la propria casa e decise di andare a vivere in una grotta.

Nella sua grotta, Anna custodiva tesori su tesori dei quali, come Angelo con le sue opere, non tracciò mai un inventario. Quel che rimane dei luoghi abitati da Anna sono ad oggi alcune marne cariche di energia e, in particolare, la grande roccia sdraiata lungo un pendio del Parco, della quale abbiamo già parlato in precedenza, anche chiamata pietra della collettività, – a protezione della quale Angelo ha posto un guerriero sardo -, e niente altro rimane.

Continuando la visita, lungo quello che noi battezzeremmo come “Il sentiero delle leggende di Monti Crastu”, delimitato da un basso muretto a secco realizzato dall’inarrestabile Angelo, ci si ritrova dinnanzi un pellegrino di pietra, poggiato sul proprio bastone ed assorto, adornato da conchiglie e circondato dal verde della macchia mediterranea. Il giorno in cui Angelo ha posizionato questa scultura è giunto al Parco nientemeno che… un pellegrino!

Lungo la medesima calle scopriamo la presenza di fossili tra le pietre che adornano il muretto a secco e la sua sommità. Quella che ci colpisce di più è la fossilizzazione di una spugna marina di circa quaranta centimetri di diametro; davvero meravigliosa! E, ancora, tra gli elicrisi che sanno di liquirizia e un paio di macaoni dai colori sgargianti che sfarfallano tra gli arbusti, Angelo ci fa notare alcune vasche d’acqua realizzate per far abbeverare uccellini, topolini e lucertole. Per queste ultime, non meno che per i topolini, Angelo ha persino avuto il delicato pensiero di realizzare una minuta scala a chiocciola da scendere pazientemente fino a giungere allo specchio d’acqua per abbeverarsi senza cadervi dentro.

Continuando con l’acqua, all’interno dell’oasi si trovano diverse vasche e, addirittura, uno spazio completamente dedicato ad essa: L’Angolo dell’Acqua. Questa parte del Parco, sorta originariamente per assicurare da eventuali crolli ciò che rimane dell’area dedicata alla tramoggia, indispensabile nel periodo di attività della cava, è oggi un percorso di vasconi, salti, canali e sassi scolpiti che si snoda trasversalmente rispetto ai sentieri nella parte più a valle dell’intera oasi. All’interno delle vasche, qualora l’eleganza del luogo ancora non conquistasse abbastanza i visitatori, a conferirgliene di ulteriore ci sono splendide ninfee fucsia e graziosi pesci.

Ancora l’elemento acqua è protagonista della ricostruzione di un pozzo sacro realizzato sempre a valle del complesso botanico. Tra gli obiettivi di Angelo, oltre a quello, come detto, di riqualificare l’area e di creare un polmone verde a difesa delle specie botaniche sarde ma anche alloctone, qualora quelle isolane si estinguessero, c’è l’idea di consentire a visitatori ancora digiuni dell’archeologia isolana di poter godere quantomeno delle riproduzioni di siti d’interesse storico, proponendole nelle loro caratteristiche generali e distintive, come il pozzo sacro per l’appunto, una tomba dei giganti, attualmente in fase di realizzazione, e un villaggio nuragico pensato come un gioco esplorativo.

Tra le opere più interessanti del Parco possiamo segnalarvi:

  • un’installazione composta da poco meno di una decina di opere, alcune delle quali rappresentano più di un protagonista, e che descrivono la storia del popolo ebreo dal 1943 ai giorni nostri. Un monumento alle sofferenze che stanno patendo i palestinesi realizzato con dei fermoimmagine in materiali naturali, dove i corpi sono ricavati dal legno recuperato dai falò che aprono il Carnevale in onore di Sant’Antonio Abate, e le teste sono realizzate con sassi di cava. Su tutto, vernice rossa a simboleggiare l’artistica trasmutazione in sangue umano.
  • Un’altra opera dal significato potentissimo è una sorta di pala rupestre sulla quale sono scolpiti ben 5 mori; sì 5, quelli che identificano la bandiera sarda più quello che sta sulla bandiera corsa. Angelo ha, così, cristallizzato in un infinito virtualmente ultraterreno l’unione dei mori che tanto hanno caratterizzato la storia delle due isole da finire sui loro vessilli.
  • A fare da contrappunto a quest’opera c’è un altare dedicato al Sardus Pater che ospita una famiglia di nostri antenati nuragici composta da guerriero-capofamiglia, donna che richiama parzialmente la postura del pugilatore – segno di un’ipotetica parità nella coppia nuragica – e un figlio.
  • A poca distanza, si trova un’installazione composta dall’unione di pietre di cava e un antico aratro in ferro, che ha costituito elemento essenziale di economia per tantissime generazioni che sono riuscite a superare le differenti prove storiche pur senza arricchirsi vivendo dunque “poburus ma cuntentus”, poveri ma felici, come scrive l’artista. Un po’ come a dire che dalle cose semplici e dalla terra si trae, innanzitutto, l’energia vitale.
  • Concetto ribadito anche in un’altra opera particolarissima. Si tratta, in questo caso, di una marna di modeste dimensioni, scolpita in modo da accogliere differenti cavi di rame che partono da una messa a terra e si diramano fino ad un incavo che accoglie perfettamente la mano sinistra di ogni visitatore, di dimodoché possa virtualmente caricarsi dell’energia proveniente dal giacimento di quarzo sotterraneo.

Rita, che ci ha accompagnato per tutta la visita pur lasciando spazio ad Angelo di esprimere tutto il proprio genio e la propria profondità d’animo, esprime uno dei pensieri più belli che una donna innamorata potrebbe dedicare al marito: «Lui ha toccato ogni singola pietra, quindi ha trasmesso una parte di se stesso ad ognuna di loro anche se sta in un mucchietto di altre pietre».

Ecco, questa è certamente la più bella risposta alla domanda Cos’è l’amore? scolpita su una pietra del Parco.

Se desideraste visitare il Parco di Monti Crastu, potete contattare Rita al cell. 3465707716. L’ingresso al Parco si trova di fronte all’ecocentro del paese. Per accedere non è previsto biglietto ma chi vuole può fare un’offerta libera.

 

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