Tzia Chichedda

Avevo sedici anni e camminavo, stanco, lungo la stradina che da San Cosimo portava a Mamoiada.

Il mio principale mi aveva lasciato in cantiere con la promessa di tornare. Dopo 9 ore di lavoro e d’attesa mi chiamò un suo amico per dirmi che potevo rientrare in paese.

Vivevo a Nuoro con la famiglia.

Ero ospite di uno dei dodici fratelli di babbo in quei giorni, ma quella sera qualcosa di più profondo mi stava aspettando.

A metà strada, tra il silenzio dei campi e il profumo della macchia, incontrai tzia Chichedda.

Portava sulle spalle un fascio di rami secchi, curvata ma dritta nell’anima.

Appena mi vide, sorrise come se vedesse un nipote lontano tornato all’improvviso.

Io, preso da una gentilezza spontanea, le dissi:

— Lasciate il fascio, Ve lo porto io fino a casa.

Si fermò, si voltò con calma e mi disse in sardo:

— Homo di honto unu hontu.

(Ora ti racconto una storia.)

Aveva 85 anni, ma la pelle liscia e chiara come una donna di trent’anni.

Solo qualche ruga le attraversava il volto, come sentieri scavati dal tempo.

I suoi occhi, castano-verdi, erano lucidi, profondi, carichi di vite non dette.

Mi raccontò di mia madre e di mio padre, quando si incontravano in piazza Santa Rughe dopo giornate intere nei campi a message o lavorare nelle vigne.

Allora si ballava su passu torrau, su dillaru, su ballu tundu.

— Babbu tuo, — disse — cantava in su hussertu mamuiadinu, a ritmi de ballu. Una die dopo s’atera, scoppiò l’amore con tua madre Cauzi.

Poi, con uno sguardo al cielo che iniziava a tingersi di rosso sul bosco del Marghine, iniziò a raccontarmi di sé.

Era rimasta vedova giovane, ma mai sola.

Aveva cresciuto nove figli, con la forza e la dignità di chi sa che non c’è altra scelta che andare avanti.

Ogni mattina, all’alba, raccoglieva la legna per il forno, per fare su pane de fresa.

Non era solo pane: era nutrimento, fatica, amore.

Era ciò che teneva insieme la casa, il paese, la memoria.

Diceva che la notte, quando tutto taceva, parlava al marito scomparso come se fosse ancora lì, seduto accanto al camino.

Diceva che la solitudine si vinceva con la pazienza.

E che il dolore, col tempo, diventava canto.

Non so quanto tempo camminammo insieme, lei parlava e io ascoltavo.

Ogni sua parola sembrava pesare quanto quel fascio di legna che portavo sulle spalle.

Ma non era un peso faticoso — era un onore.

Arrivammo a Mamoiada col buio che scendeva lento, e le case iniziavano ad accendersi una ad una.

Lei mi guardò, mise una mano sul mio braccio e disse:

— Grazie, fizu meu. Est bonu i ses torrau inohe.

(Grazie, figlio mio. È bello che tu sia tornato qui.)

E così, quel fascio di legna lo portai io, fino a Mamoiada.

Ma con esso portai anche una storia, un’eredità silenziosa.

La memoria viva di tzia Chichedda.

Domenico Mele libero pensatore Sardo

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