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Su Fogu Antigu – Il “Fuoco dei Nonni”

🎧 Ascolta l’articolo ▶️ (durata 4’00” con la voce di Remy)

In occasione della Festa dei Nonni sia concessa a me e alla mia creatività la licenza di dedicare una leggenda a tutti i nonni vicini e lontani, presenti e trapassati che albergano, con le loro parole, i loro sguardi e i loro gesti, nei ricordi e negli affetti di tutti noi.

Nelle profondità della Barbagia, tra i ginepri contorti e i graniti bianchi consumati dal tempo, sorgeva un villaggio che non c’è più. Era costruito attorno a un’antica domus de janas, la casa delle fate, scavata nella roccia viva, dove – si diceva – dimoravano gli spiriti buoni degli antenati. Ogni sera, i vecchi del paese portavano i nipoti davanti a quella porta di pietra, raccontando storie di giganti, fate, e di un popolo orgoglioso che veniva da lontano, da prima dei nuraghi, prima ancora del tempo.

Uno di quei nonni si chiamava Tziu Antiogu, un uomo alto, con la barba grigia e gli occhi di carbone. Aveva mani grandi, segnate dal lavoro nei campi, e la voce roca di chi ha pianto in silenzio troppe volte. Ogni ruga sul suo volto era una storia non detta. Da giovane, era stato chiamato a combattere in una guerra lontana; «La guerra degli italiani», come diceva lui con amarezza.

«Non era la nostra guerra», sussurrava una sera, seduto attorno al fuoco. «Ci hanno strappati dai campi, dalle pecore, dalle mogli, e ci hanno mandati a morire tra neve e fango, per difendere terre che non conoscevamo».

Nel 1916, Tziu Antiogu era partito con altri giovani del suo paese verso il fronte della Prima Guerra Mondiale. Il treno lo portò via tra il pianto di sua madre e gli occhi bassi di suo padre. Molti dei suoi compagni non tornarono mai. Lui sì, ma non intero. Aveva lasciato qualcosa là, nelle trincee: forse la speranza.

Tornato in Sardegna, trovò un’isola ancora più povera, sfruttata, tradita. Il regno che li aveva inglobati ora li chiamava “cafoni”, e prendeva le terre migliori per darle ai latifondisti o agli industriali del nord. Lui riprese a lavorare la terra, ma cominciò a scrivere lettere. Protestava. Radunava uomini. Voleva giustizia. La chiamavano Sa rivolutzione de su fogu, la rivoluzione del fuoco. Ma nessuno l’ascoltava.

Poi vennero gli anni ’60. Gli stessi mari che avevano portato i Fenici e i Romani ora portavano un altro tipo di invasione: quella del turismo di massa, delle basi militari, delle servitù. Le spiagge dove sua madre raccoglieva sale vennero recintate. Missili e radar spuntarono tra le dune. I pastori vennero cacciati. Le sue pecore tremavano al rumore degli aerei militari che squarciavano il cielo.

Tziu Antiogu non capiva. «Perché dobbiamo sempre pagare noi?» diceva. Ma non si arrese. Insegnò ai suoi nipoti la lingua sarda, i nomi delle stelle, i canti dei mutetus, e la storia dei nuraghi che, secondo lui, erano torri per parlare con Dio e non solo fortezze. Diceva che i nostri antenati non erano primitivi, ma poeti e scienziati del vento.

L’ultimo giorno della sua vita, ormai ultranovantenne, Antiogu portò il suo nipotino, Giuannicu, davanti alla domus de janas. Gli mise in mano un piccolo libro, scritto da lui, e disse: «Custodi su fogu. Non lasciare che muoia. Perché, quando il fuoco si spegne, il popolo dimentica. E quando dimentica, muore».

Quel nipote oggi è un uomo, un maestro. E ogni anno, nella notte di Sant’Antonio, accende un fuoco davanti alla stessa domus. I bambini si siedono attorno. E lui racconta la storia dei nonni, dei nuraghi, della guerra che non era la loro, e del mare che non li ha mai separati, ma uniti alla loro vera patria: la libertà.

«Su fogu no s’ammentat. Su fogu si tramandat».

«Il fuoco non si dimentica. Il fuoco si tramanda».

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