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Storia del lavoro femminile e dei salari depauperati

🎧 Ascolta l’articolo ▶️ (durata 4’10” con la voce di Vivienne)

Recentemente, mi è capitato di guardare un documentario sulla condizione lavorativa femminile negli anni ’60; a far data da quei decenni si è registrato un ingresso massiccio delle donne nel mondo del lavoro. Ad esso hanno contribuito, certamente, il movimento femminista e la possibilità sempre più diffusa di compiere studi superiori.

In precedenza, le donne che lavoravano erano quelle delle classi più basse e venivano impiegate nel comparto agricolo e nell’industria tessile, con salari da sfruttamento. Mentre il lavoro femminile nelle classi medio-alte era scoraggiato e fortemente limitato alla professione infermieristica, all’insegnamento e alla sartoria. E, in ogni caso, gravato dal peso della cosiddetta “clausola di nubilato”: il licenziamento alla nascita di un figlio.

Ciò detto, conseguenze dell’impiego massiccio di donne oltre il tradizionale ruolo di casalinga sono state: una diminuzione del tasso di natalità e la scelta di coniugarsi in età più avanzata così da poter pianificare le proprie carriere.

Inoltre, è da registrare il fatto che, proprio tra gli anni ’60 e ’70, si è assistito ad un cambiamento del mondo del lavoro. Esso, prima principalmente fondato sull’industria manifatturiera ha visto sia la diffusione del terziario che ha impiegato, inizialmente, tantissime donne che la diffusione di professioni che non richiedevano l’impiego di forza fisica. Sebbene sia da sottolineare che il lavoro domestico, la cura dei figli e l’assistenza al coniuge fossero comunque un’esclusiva femminile da svolgersi terminato il lavoro fuori casa.

Qual è stato l’impatto economico di questa massiccia iniezione di forza lavoro nel mercato?

L’aumento della partecipazione femminile alle attivitĂ  di mercato ha avuto un impatto significativo sull’economia. Da un lato, almeno inizialmente e come auspicato, ha contribuito ad un incremento del reddito familiare, riducendo il rischio di povertĂ  e aumentando la domanda di beni e servizi. D’altra parte – e questo è il fulcro della questione – ha generato un aumento della forza lavoro disponibile.
Com’è noto, l’incremento della forza lavoro, in assenza di un’espansione proporzionale della domanda, tende a mettere una pressione al ribasso sui salari. Un aumento dell’offerta di lavoro può portare a una diminuzione del prezzo della manodopera, con un impatto sui salari sia maschili che femminili. In particolare, è evidente una correlazione tra l’ingresso delle donne in determinate professioni e la riduzione dei salari medi in tali settori.
Nonostante ciò, l’aumento dei redditi complessivi delle famiglie ha potenziato il potere d’acquisto, portando a cambiamenti nei modelli di consumo, ad esempio un aumento della spesa per beni di consumo, servizi per l’infanzia e alimenti pronti. La maggiore autonomia economica ha inoltre fornito alle donne una decisa indipendenza finanziaria. Tutti benefici – mi sia concessa la provocazione – che la retribuzione del lavoro domestico stesso avrebbe potuto portare, piuttosto che considerare quel lavoro, il tempo ad esso dedicato e l’impegno in esso profuso come scontati, dovuti e, peggio, non riconosciuti. Lavoro domestico che, sottolineiamolo, ancora oggi non è riconosciuto salvo poi prevedere l’obbligo della cosiddetta “assicurazione sulle casalinghe”. E, non ci si pensa, ma se il lavoro domestico non è retribuito, con quali danari si paga l’assicurazione? Quelli provenienti da un altro lavoro, giĂ  tassato ovviamente.

Conclusioni

  • Un aumento massiccio dell’offerta di lavoro diminuisce i salari, dunque avvia un trend d’impoverimento. Questo vale per qualunque tipologia di offerta di lavoro e di lavoratori/trici.
  • Il lavoro domestico meriterebbe una maggiore considerazione.
  • Uno Stato che non possa coniare la propria moneta avrĂ  difficoltĂ  anche a riconoscere merito economico al lavoro casalingo, qualora decidesse di farlo.
  • Ovviamente non ha senso pensare che riconoscere il valore economico delle faccende domestiche induca tante/i a non scegliere la carriera lavorativa fuori casa perchĂ© le due condizioni lavorative sono estremamente differenti e i lavori domestici, generalmente, non godono di sentimenti di grande soddisfazione. In sostanza, si tratterebbe di scegliere una “carriera” come un’altra.
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