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Spopolamento sardo: me ne vado e non torno. Perché?

🎧 Ascolta l’articolo ▶️ (durata 2’36” con la voce di Emma)

In un recente articolo comparso su Il Fatto Quotidiano, il giornalista Alessandro Zedde parla dello spopolamento della Sardegna a far corso dagli ultimi decenni ed indica questa come una tendenza strutturale determinata da:

  • mancanza di lavoro stabilmente distribuito lungo tutto il corso dell’anno e maggiormente incentrato sul settore turistico;
  • la riduzione dei servizi essenziali nelle piccole realtà locali;
  • l’isolamento digitale delle aree rurali;
  • i progetti di studio UE che facilitano esperienze all’estero ma non l’inserimento nel nostro territorio.

La combinazione di tutti questi elementi porterebbe a bassa natalità e progressivo invecchiamento della popolazione.

Il giornalista tocca, in effetti, un tema molto rilevante che da una parte è fortemente attrattivo per gli investitori/speculatori e dell’altra ci pone nella condizione di contare davvero poco quando si tratta di numeri.

Il fenomeno complesso dello spopolamento è stato analizzato, negli ultimi decenni, da sociologi, demografi ed economisti che hanno parlato di sviluppo “a ciambella”; ovvero le coste e i poli urbani principali (come Cagliari e Sassari) si addensano, mentre il cuore dell’isola si svuota.

Le cause principali sono riconducibili a una combinazione di fattori storici, economici e demografici, come ben individuato da Zedde. Ma, ad essi, andrebbe aggiunto il passaggio da un’economia prevalentemente rurale a modelli moderni (terziarizzazione e turismo costiero) che hanno ridotto il peso del settore agropastorale. La mancanza di diversificazione economica e la frammentazione dei terreni nelle zone interne hanno, appunto, spinto la forza lavoro giovanile a cercare impiego altrove.

In pratica, come sempre accade, si scappa perché non si percepisce un futuro e chi rimane sconta negligenze vecchie di decenni nella programmazione dello sviluppo del territorio ma, soprattutto, si trova nella condizione di assorbire la dannosissima cultura del “non si può fare”.

Quante volte l’abbiamo sentito dire “non fa”, “non si può”, “ma quanto ci vuole?”… Siamo incastrati in un meccanismo che poco ci dà in termini di fondi di partenza e che ci schiaccia verso il basso in termini di stimoli. Perché il ragionamento è semplice: qua non posso farlo, allora lo faccio altrove. E l’Isola s’impoverisce sempre di più. S’impoverisce in tutti i sensi…

 

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