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Sovranità digitale come strategia anti-sorveglianza oppure no?

🎧 Ascolta l’articolo ▶️ (durata 4’28” con la voce di Emma)

Ormai la “sovranità digitale” non è più solo uno slogan politico, ma una necessità strategica per molte nazioni che vedono nella dipendenza tecnologica dalla Silicon Valley una vulnerabilità per la sicurezza nazionale e l’autonomia economica.

I principali attori mondiali che stanno riscrivendo le regole del mobile sono la Cina con il trionfo di HarmonyOS NEXT che la renderebbe virtualmente immune da eventuali “kill switch”, ovvero cancellazioni di dati, o sanzioni software statunitensi; l’India con BharOS e IndOS; la Russia con Aurora OS e l’Unione Europea che adotta un approccio differente, meno basato su un singolo prodotto commerciale e più focalizzato su standard aperti. L’integrazione della sovranità digitale in Europa sta, infatti, seguendo un doppio binario: da un lato le direttive comuni dell’Unione, dall’altro le iniziative di singoli Stati membri che, attraverso partnership pubblico-private, stanno lanciando dispositivi e sistemi operativi focalizzati sulla massima protezione dei dati. I casi più significativi di nazioni europee che stanno guidando questa transizione con soluzioni proprie sono:

  1. la Germania con il Volla Phone e la spinta verso “OS-less”. La particolarità tedesca è la libertà di scelta; i dispositivi permettono di installare Ubuntu Touch o altri sistemi Linux puri, offrendo una sovranità tecnica totale all’utente esperto e alle amministrazioni che richiedono trasparenza nel codice sorgente;
  2. la Francia che punta esplicitamente sulla “Tech Sovereignty” e l’ecosistema /e/OS ed è lo Stato europeo più attivo politicamente nel promuovere l’indipendenza tecnologica. Il progetto di punta è Murena, fondato da Gaël Duval (creatore di Mandrake Linux);
  3. la Finlandia che, nonostante le alterne vicende societarie, rimane un baluardo grazie a Jolla e al suo sistema operativo Sailfish OS.

Sebbene questi Stati stiano lanciando proposte valide, devono affrontare tre ostacoli principali:

  • l’app gap – La difficoltà di convincere gli sviluppatori a portare app bancarie o di messaggistica su sistemi non-Android/iOS;
  • l’hardware – Quasi tutti questi smartphone dipendono ancora da processori (Qualcomm o MediaTek) prodotti fuori dall’Europa, rendendo la sovranità “parziale” fino a quando non decolleranno progetti come l’European Processor Initiative (EPI);
  • i costi – Produrre in piccoli volumi rende questi dispositivi più costosi rispetto ai giganti cinesi o americani, limitandone spesso l’adozione a nicchie di mercato o al settore pubblico.

Cionondimeno, il passaggio a sistemi operativi alternativi è guidato da tre fattori critici:

  1. la sicurezza dei dati – Il timore che i dati dei cittadini siano accessibili tramite legislazioni come il Cloud Act statunitense;
  2. la continuità operativa – Evitare che sanzioni geopolitiche possano rendere inutilizzabili milioni di dispositivi da un giorno all’altro;
  3. l’economia digitale – Trattenere il valore economico delle transazioni e degli store digitali all’interno dei confini nazionali.

Va da sé che la nascita di questi “giardini recintati” nazionali sta frammentando il mercato tecnologico globale in blocchi geopolitici distinti. L’influenza dei nuovi sistemi operativi sovrani sulla privacy rappresenta, inoltre, un cambio di paradigma rispetto al modello “standard” di Google (Android) e Apple (iOS). Sebbene Apple si promuova come paladina della privacy, il suo è un sistema “a scatola chiusa”, mentre il modello di Google si basa storicamente sulla profilazione pubblicitaria.

Purtroppo, non tutto è positivo. Se da un lato i sistemi sovrani europei aumentano – o dovrebbero aumentare – la privacy individuale, dall’altro potrebbero usare il controllo totale sul sistema operativo non per proteggere il cittadino, ma per facilitare la sorveglianza di Stato, eliminando la crittografia che le aziende occidentali a volte rifiutano di rompere.

In definitiva, la privacy nei nuovi sistemi operativi non è più solo una questione di “permessi fotocamera”, ma una scelta su quale entità (Azienda, Stato straniero o se stessi) si vuole rendere custode della propria identità digitale.

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