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Qualche giorno fa un nostro lettore ci ha scritto questo messaggio: «Parto per un digital detox. Vi leggerò nuovamente al mio rientro. Un abbraccio e staccate anche voi».
Di digital detox ne abbiamo scritto più volte nel blog ma non ci era ancora capitato che qualcuno ce lo partecipasse sottoforma di “vacanza”. Ci siamo, così, appassionati al tema e siamo andati a fondo alla questione; a fondo dal punto di vista neurologico, dal momento che prendersi una pausa dai supporti tecnologici non ci sembrava che la punta dell’iceberg. Ebbene, abbiamo scoperto che nel mondo esistono dei veri e propri centri di riabilitazione, luoghi dove si reimpara a connettersi con se stessi. Luoghi nei quali la connessione con la Rete non “c’ha una tacca” e, dunque, è bandito ogni “rumore tecnologico”. Anche in Sardegna esistono luoghi nei quali è possibile ridefinire il proprio spazio interiore; luoghi nei quali ascoltare il “silenzio” in silenzio.
Un tempo, il “silenzio” era la condizione naturale dell’umanitĂ . Il “rumore” era l’eccezione: il tuono durante un temporale, il grido di un animale, il frastuono di una battaglia o, piĂą avanti, il vociare di un mercato affollato. Oltre questi eventi circoscritti, la vita quotidiana scorreva in una cornice sonora fatta di suoni della natura e ritmi lenti. Nelle civiltĂ antiche e medievali, il silenzio era intriso di valore spirituale e filosofico; dai monasteri cristiani alle pratiche contemplative orientali, l’assenza di rumore esterno era considerata la premessa indispensabile per l’ascolto di sĂ©, del divino e della natura.
L’avvento della Rivoluzione Industriale ha spezzato questo equilibrio; per la prima volta, le cittĂ si sono riempite del battito costante e metallico delle macchine a vapore, delle fabbriche, dei treni. Il “paesaggio sonoro” è cambiato per sempre: il rumore della tecnologia ha iniziato a coprire i suoni naturali, diventando sinonimo di progresso, produzione e modernitĂ .
Nel corso del XX secolo, la tecnologia non si è limitata a produrre rumore: ha iniziato a curare il sottofondo delle nostre vite. In particolare, tra gli anni ’20 e ’50, l’introduzione della radio e della televisione ha portato un flusso costante di suoni e di intrattenimento all’interno dello spazio domestico e il silenzio casalingo ha iniziato a essere percepito come vuoto o solitudine, perciò tenere acceso il televisore o la radio “per compagnia” è diventata un’abitudine sociale diffusa.
Alla fine degli anni ’70, l’invenzione del walkman ha privatizzato il suono, ovvero l’utente ha cominciato a scegliere cosa ascoltare isolandosi dall’ambiente circostante. Da quel momento, abbiamo iniziato a usare la tecnologia per proteggerci dal rumore caotico della cittĂ , sostituendolo però con un rumore controllato. Piuttosto che cercare il silenzio, abbiamo iniziato a sovrapporre un suono scelto a un suono subìto.
Nel XXI secolo smartphone, notifiche e audio surround hanno creato un’ininterrotta stimolazione sonora e cognitiva. L’avvento dello smartphone e dei social media ha intaccato anche la forma del silenzio/suono scelto. Ogni notifica, vibrazione o feed infinito frammenta l’attenzione e riempie i momenti morti della giornata (l’attesa dell’autobus, la fila alla cassa, i minuti prima di addormentarsi). Quei piccoli intervalli di vuoto in cui la mente era libera di vagare, annoiarsi e rielaborare i pensieri sono stati gradualmente colonizzati dalla stimolazione digitale. Così oggi, il silenzio è diventato, per un verso, un lusso per pochi, una merce rara e, per l’altro, un’esperienza spaventosa da evitare a tutti i costi. Se nel passato il silenzio era inteso solo come assenza di onde sonore, oggi si parla sempre piĂą di silenzio cognitivo, ovvero la pausa dai flussi continui di informazioni. Giungiamo così ad un interessante paradosso: piĂą il silenzio diventa raro, piĂą il suo valore economico aumenta!
Pertanto, spendiamo centinaia di euro in cuffie con Active Noise Cancelling (ANC) per ricreare artificialmente un’oasi di tranquillitĂ all’interno di ambienti rumorosi e, nondimeno, proliferano i soggiorni di meditazione, le stanze insonorizzate e i ritiri senza tecnologia, dove le persone pagano per sperimentare qualche giorno di totale assenza di stimoli. Insomma, il digital detox del nostro lettore. La tecnologia, dopo aver cancellato il silenzio naturale, vende ora strumenti e soluzioni sintetiche per rintracciarlo. Il nostro rapporto con il silenzio riflette l’evoluzione della nostra societĂ : siamo passati da un silenzio subìto a un silenzio temuto, fino a giungere a un silenzio desiderato ma difficile da tollerare. Riappropriarci del silenzio nell’era digitale non significa, giocoforza, rifiutare la tecnologia, ma imparare a creare intenzionalmente degli spazi privi di input sonori e digitali. Saper stare nel silenzio rimane, ancora oggi, una delle piĂą grandi forme di libertĂ e di ascolto di sĂ©.
Non solo. Negli ultimi decenni, le neuroscienze e la fisiologia hanno iniziato a studiare il silenzio non piĂą come una semplice “assenza di rumore”, ma come un vero e proprio stimolo biologico attivo perchĂ©, quando il cervello smette di elaborare input acustici complessi, si innescano processi di rigenerazione e riorganizzazione neurale unici.
Ad esempio, secondo uno studio condotto nel 2013 dalla neuroscienziata Imke Kirste, presso la Duke University, due ore di silenzio al giorno promuovono lo sviluppo di nuove cellule nella regione dell’ippocampo, struttura fondamentale per la memoria a lungo termine, l’apprendimento e la regolazione delle emozioni. Il silenzio sembra favorire la differenziazione di queste nuove cellule in neuroni funzionali capaci di integrarsi nella rete cerebrale.
Inoltre, il silenzio consente al cervello di effettuare la cosiddetta “integrazione offline”, ovvero connettere informazioni apprese di recente con le memorie preesistenti e di sviluppare intuizioni creative.
Il silenzio poi disattiva il sistema amigdala-surrenali (quello che aumenta il rilascio di ormoni dello stress).
Ancora, poichĂ© il cervello spende costantemente energia per filtrare i rumori di fondo irrilevanti (traffico, ronzio di elettrodomestici, conversazioni altrui), l’assenza di questi input acustici induce la corteccia prefrontale a “riposarsi”. Questo ripristina la capacitĂ di concentrazione, l’autocontrollo e la flessibilitĂ cognitiva necessarie per risolvere problemi complessi.
In ultimo, il silenzio profondo è strettamente legato ai ritmi del sonno profondo (onde lente), durante il quale entra in azione il sistema glinfatico. In queste fasi di assenza di stimoli, il fluido cerebrospinale fluisce più rapidamente attraverso i tessuti cerebrali, eliminando i prodotti di scarto metabolico accumulati durante la veglia, come la proteina beta-amiloide (associata alle malattie neurodegenerative).
Concludendo, ci appare evidente che non ci sono molte altre parole da spendere sul tema se non: “digital detossifichiamoci” tutti appena possiamo, ne gioverà il nostro cervello e l’intero nostro essere.















