🎧 Ascolta l’articolo ▶️ (durata 9’09” con la voce di Ingrid)
Dal periodo fantapandemico ad oggi, mi sono rivolta più volte, e poi mi sono sentita più volte rivolgere, questa domanda: perché il popolo italiano è stato scelto come apripista per l’innesto del cambiamento antropologico che ci vuole individui selezionanti scelte di vita a sottrazione (o involutive)? Perché gli italiani si sono dimostrati timorosi del vivere fino all’accettazione passiva di confinamento eteroimposto, nella convinzione, illogica, di difenderlo quel vivere? Detto in maniera meno prolissa: perché sul popolo italiano, molto più che su altri popoli, ha funzionato e funziona l’ormai noto “governare con la paura”?
Prima di rispondere, facciamo una premessa importante: governare con la paura non è la stessa cosa che governare con l’emergenza, anche se, in parte, le due forme di sottomissione si sovrappongono. Tuttavia, la differenza sostanziale è che l’emergenza in quanto tale è legata ad una fine e ad un fine: in un tempo x io risolvo un problema emergente; la paura, invece, inizia con l’associazione del timore ad un oggetto e, da quell’oggetto, può essere traslata all’infinito (quella che chiamiamo fobia) fino a connotarsi come vero e proprio attacco di panico. Vedete quanto sono diverse le due forme di prevaricazione? L’una, potremmo dire, è il cavallo di Troia dell’altra. È il dover raggiungere un fine auspicato che genera il limite e, dunque, è lì che si innesta la differenza. Nell’emergenza il limite c’è, nella paura no o non è detto.
Per dire, la fase pandemica è stata presentata come emergenza: l’emergenza ci mette sempre in allerta, perché è inaspettata, improvvisa, non calcolata, costituita da variabili oscure e richiede un investimento di risorse non perfettamente pronosticabile. Tutte queste cose assieme ci fanno percepire l’insicurezza del risultato, del fine e della fine. Ovvero percepiamo quell’incertezza come paura. In questo modo emergenza e paura vengono a sovrapporsi parzialmente.
Temporaneamente, nella fase cosiddetta pandemica, l’emergenza aveva una fine procrastinata di 15 giorni in 15 giorni creando di fatto un’associazione tra emergenza temporanea e paura ad essa annessa, stabilizzando verso l’alto i livelli di cortisolo. A condizionamento avvenuto, si è levato il connotato temporale e temporaneo dell’emergenza ed è rimasta la paura o, meglio, la fobia (per questo ci capita di vedere ancora in giro gli irriducibili della mascherina o gli amuchina-dipendenti). E tanti, tra coloro che sembrano aver superato il condizionamento, in realtà lo hanno introiettato e se lo portano appresso come automatismo latente o sublimato e pronto ad esplodere al primo rinnovato accenno di governo con la paura. Va anche detto che, a queste condizioni, i livelli di cortisolo resteranno alti e l’individuo li avvertirà come stress.
Chiarito questo, torniamo alla domanda: perché l’esperimento è partito dall’Italia?
La risposta sta nel fatto che l’Italia ha un retaggio identitario favorevole all’iper-vigilanza. Ora vi immagino già pensare al ventennio fascista ma le cose sono più complesse di così, perciò procediamo con ordine e pazienza.
Il trauma identitario del nostro popolo – perché di questo si tratta – si colloca temporalmente durante la fase di ricostruzione degli anni ’40; è allora che questa esigenza iper-vigilante si è cristallizzata come meccanismo di difesa e affermazione sociale.
Ma qual è il costo psicologico di vivere costantemente sotto i riflettori del giudizio altrui?
Be’, la risposta è ovvia: dobbiamo dimostrare di essere sempre all’altezza del giudizio. Detto diversamente, la nostra dignità, il nostro onore e, in definitiva, la nostra autostima dipendono da come gli altri ci vedono. Sono gli altri il nostro metro di valore. Riuscite ad immaginare la portata emotiva e sociale di questo ragionamento? In sintesi, esso ci pone verso il prossimo in condizione di sottomissione, di dipendenza, di svantaggio.
Prima di vederla da vicino questa condizione di autopercepita fragilità, si consideri anche un altro dato: l’Italia si è smarcata dall’alleanza con la Germania firmando un armistizio, quello di Cassibile, che di fatto la rendeva cobelligerante con gli Alleati contro i nazisti tedeschi. La Germania non ha mai firmato una pace. Motivo per il quale l’Italia non ha avuto le medesime ripercussioni della Germania in relazione ai crimini di guerra.
Questo dettaglio fa una differenza enorme: gli italiani entrano nell’Alleanza da sconfitti e devono guadagnarsi la fiducia. I tedeschi, non avendo mai assunto per se stessi il ruolo di vinti, non hanno mai perso il loro senso di sovranità. Sebbene, nei fatti, siano stati occupati per mettere fine alla pagina nazista, questo però non ha avuto ripercussioni sul loro orgoglio patrio. Intendiamoci, queste riflessioni non sono volte a distribuire medaglie al valore; hanno l’unico intento di analizzare dei dati storici.
Adesso che abbiamo fatto la quadra, tiriamo le somme: quale pensate sia stata la conseguenza di questa diluizione italiana dell’orgoglio patrio? Ma, ovviamente, il rigido controllo sull’unica cosa davvero controllabile: l’apparenza. È lì che l’iper-vigilanza ha fatto attecchire le proprie radici più profonde.
L’apparire – pur poveri e in difficoltà – con abiti puliti, gran lavoratori e sorridenti, impegnati nel difendere standard estetici – e non nel soddisfare i propri bisogni -, in grado di onorare un debito, capaci di morale integerrima (cosa che ha reso le donne oggetti da esibire e, pertanto, prive di stanchezza, non degne di lamentela, impeccabili anche in casa, costrette a rigide etichette sociali, estromesse da carriere ritenute appannaggio maschile e, in definitiva, fedeli a mariti fedifraghi, appiattite sulle faccende domestiche, angeli del focolare familiare, crocerossine e principesse in cerca di principe)… ecco, tutto ciò ci ha consentito di “vendere” la nostra facciata di rispettabilità. La rinuncia in favore della rettitudine, l’obbedienza a canoni innaturali (di qui, la tendenza a nascondere i famosi scheletri negli armadi o la polvere sotto i tappeti), l’adesione a ferree discipline sociali camuffate da dettami religiosi… tutto questo è stata la normalità del popolo italiano da ottant’anni a questa parte. E poi ci stupiamo che ci abbiano sottomesso con la paura? Quando abbiamo, per decenni, coltivato la paura del cosa penserà il vicino di casa? Ci stupiamo che la sovranità sia per noi un costrutto e non un sentimento, quando per salvarci da una follia storica abbiamo dovuto cedere la nostra indipendenza per dare corso ad una nuova storia?
La nostra identità italica è fondata sul senso di colpa, sull’impeccabilità, sul non commettere errori, sulla vergogna sociale (diversamente dai popoli anglosassoni per i quali solo i rei sono colpevoli). Questo ci ha fatto divenire guardinghi, sospettosi, impiccioni, moralisti, perbenisti, inclini al politicamente corretto, superficiali, bugiardi, mai abbastanza all’altezza, sempre sotto esame, costantemente in allerta e timorosi.
Ce l’abbiamo dentro l’emergenza e ce l’abbiamo dentro la paura; siamo un popolo che deve ricominciare a volersi bene e non ad elemosinare approvazione. DSP nasce anche per questo, per rimettere ordine nel nostro sentire popolare profondo. La nostra preoccupazione per l’estetica ci ha, per esempio, consentito di sviluppare un florido settore della moda ma quello che è stato deleterio è averlo sviluppato a scapito del lusso di poterci permettere di mostrare ed esprimere fragilità personale, perché personale ha finito per coincidere con la prigione psicologica dello Status symbol, con la “s” di status maiuscola ad indicare l’intera comunità nazionale e non una condizione di benessere individuale.
È tutto un po’ più chiaro ora? Non vogliatene a chi si è arreso fin da subito all’esperimento sociale al quale siamo stati sottoposti; nessuno ha insegnato loro a volersi bene, piuttosto hanno imparato – da generazioni – che devono cercare di farsi accettare ad ogni costo, ne andasse pure della loro libertà e, finanche, della loro vita. Ogni volta che incontrate qualcuno di costoro, cercate di non aggredire le loro paure; piuttosto capitele e offrite loro una chiave di lettura alternativa, magari proprio quella di DSP che vuole rimettere il nostro orgoglio, il nostro valore, la nostra dignità sovrana e popolare al centro delle nostre scelte di vita. Forse non per tutti sarà una possibilità per comprendere davvero cos’è la libertà, ma lo fosse anche solo per una percentuale minima avreste già ottenuto un risultato più positivo rispetto alla condizione precedente.
Per approfondire il tema dell’importanza dell’apparire, potrei consigliarvi la visione del video proposto sul canale YuoTube di Vivi Everyday intitolato “Cosa dirà la gente? La nascita dell’Italia della bella figura” https://www.youtube.com/watch?v=fw72_VwubEA .















