🎧 Ascolta l’articolo ▶️ (durata 5’27” con la voce di Ingrid)
Avete presente quella sensazione di euforia che ci prende quando apriamo i vecchi album di fotografie? Quelli spessi, con la copertina rigida e il cellophane a proteggere le foto posizionate sulle pagine bianche. Al giorno d’oggi c’è ancora chi li confeziona artigianalmente. E pare strano dal momento che ci sembra di avere sempre appresso la nostra memoria: sta comoda comoda dentro il nostro smartphone o, ancora più comoda e meno impegnativa, nel nostro spazio cloud, la nostra nuvoletta digitale. Quando guardiamo quelle vecchie foto ordinate nell’album immancabilmente proviamo un’emozione. Fateci caso, una almeno la proviamo, di segno positivo o negativo che sia. Scorrere le foto dallo smartphone restituisce un’esperienza completamente diversa. Ne abbiamo tante a disposizione e le passiamo velocemente, soffermandoci solo sulle macchie di colore che ci sembrano ciò che stiamo cercando. E poi di nuovo a scrollare con il dito della mano preferita. Nessuna emozione, solo rapidità e ricerca focalizzata, razionale, senza perdere tempo. Eppure l’uno e l’altro supporto archiviano la nostra storia, non può esserci indifferente. O, meglio: come può esserci indifferente? Da questa domanda prende le mosse l’articolo di oggi.
È indubbio che il modo in cui conserviamo la nostra storia ha subìto una rivoluzione totale. Siamo passati da supporti fisici chimici, pesanti e unici, a flussi di dati immateriali, infinitamente duplicabili ma paradossalmente fragili. E questa evoluzione ha cambiato non solo dove mettiamo i ricordi, ma anche il nostro rapporto con essi.
Tra Ottocento e Novecento la conservazione fotografica avveniva su lastre di vetro emulsionate con sali d’argento: durevoli ma fragili e ingombranti.
Nel Novecento, l’introduzione della celluloide, dell’acetato e della carta fotografica hanno reso la fotografia accessibile a tutti con risultati leggeri e facilmente duplicabili, ma con lo svantaggio del degrado chimico e dello sbiadimento.
Poi sono arrivati i primi supporti digitali, e siamo quasi alla nostra epoca. Ve li ricordate floppy disk e CD? Trovare un lettore oggi è praticamente una scommessa. Però abbiamo potuto trasferire tutto su chiavette USB e hard disk HDD/SSD.
Oramai usiamo sempre meno anche questi supporti perché ci affidiamo a server remoti e al Cloud. I vantaggi tecnici sono indubbi: spazio virtualmente infinito, costo di archiviazione vicino allo zero e accessibilità immediata da qualsiasi parte del mondo. Il rischio è ovviamente l’obsolescenza tecnologica e l’immaterialità. La combinazione delle due cose, i vantaggi percepiti e i rischi tecnici, si chiama illusione dell’eternità.
Se una foto stampata dimenticata in soffitta ha ottime probabilità di essere ritrovata e vista tra 80 anni, non si può dire lo stesso di un file salvato oggi. Il digitale ha introdotto rischi completamente nuovi. I supporti fisici, per esempio, cambiano troppo velocemente; gli hard disk meccanici hanno componenti che si usurano; le memorie flash (chiavette USB, SSD) se lasciate senza alimentazione per anni tendono a “perdere” la carica elettrica che conserva i dati, corrompendo i file.
Ma anche la combinazione tra aspetti tecnici e comportamenti crea l’illusione dell’eternità. Scattiamo migliaia di foto che finiscono in un flusso continuo; tuttavia, senza una selezione attiva, i ricordi importanti vengono sepolti da screenshot, foto doppie e meme, diventando di fatto invisibili. Nondimeno, affidare tutto al cloud significa dipendere da aziende private e, se si perde l’accesso all’account o se il servizio chiude o cambia condizioni, c’è il rischio di perdere tutto.
Per non perdere i propri ricordi digitali, gli esperti consigliano la regola del 3-2-1, ovvero avere sempre 3 copie dei dati, su 2 supporti diversi (es. un hard disk esterno e un computer), di cui 1 copia fuori casa (es. sul cloud).
Non pare un poco assurdo anche a voi che l’eternità debba passare per la diversificazione dei supporti nonostante la sicurezza che attribuiamo alle nostre memorie esterne? E non pare un rischio per la nostra identità il fatto che la sussistenza e persistenza della nostra memoria dipendano da tecnologie che possono cancellarceli per sempre senza che noi possiamo fare niente, magari senza che lo sappiamo nell’immediato? Insomma, un incendio potrebbe in breve tempo divorarci delle foto cartacee nonostante il nostri pronto intervento, ma un hacker potrebbe farlo con un click e noi potremmo accorgercene quando dei nostri ricordi potrebbe non esser rimasto più nulla. Questo è il vero rischio che stiamo correndo, quello di non lasciare nulla di noi stessi alle generazioni che verranno. Stiamo inconsapevolmente accettando il rischio di perdere la nostra identità e di non lasciarne una alternativa alle future generazioni. Ai più grandicelli tra noi questo credo faccia già nostalgia e generi preoccupazione.
Secondo voi, è davvero così, ci stiamo involontariamente e per comodità cancellando e/o ci stiamo rendendo cancellabili?















