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Lo Stato “sottopagatore”
Mentre nei palazzi della politica va in scena l’eterno duello sul salario minimo, con il Governo che lo definisce “controproducente” e l’opposizione che sventola la bandiera dei 9 euro l’ora come soglia di dignità, c’è un luogo dove queste promesse svaniscono nel nulla: il seggio elettorale.
Il caso di un giovane scrutatore nell’ultima tornata referendaria è l’emblema di un paradosso tutto italiano. Per un intero weekend di impegno — tra la costituzione del seggio il sabato, le operazioni di voto della domenica e del lunedì e lo scrutinio che spesso si protrae fino a notte fonda — la retribuzione complessiva si è aggirata sui 120 euro. Calcolatrice alla mano, a fronte di circa 28 ore di disponibilità e lavoro effettivo, la paga oraria scivola mestamente sotto la soglia dei 4,30 euro.
La retorica del “giusto compenso”
È difficile non ravvisare una profonda ipocrisia nel dibattito pubblico attuale:
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il Governo parla di “meritocrazia” e di voler “valorizzare il lavoro”, ma continua a basarsi su tabelle dei compensi elettorali ferme a logiche del secolo scorso, aggiornate con percentuali irrisorie (come l’ultimo incremento del 15% per il 2026) che non coprono nemmeno l’inflazione;
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l’opposizione grida allo scandalo per i contratti “pirata” e le paghe da fame nel settore privato, ma non sembra sollevare barricate quando è lo Stato stesso a vestire i panni del datore di lavoro che sottopaga i suoi cittadini per garantire l’esercizio della democrazia.
Volontariato forzato o sfruttamento istituzionale?
Spesso questi compensi vengono definiti “gettoni di presenza” o “indennità forfettarie”, quasi a voler suggerire che il servizio al seggio sia una sorta di dovere civico simile al volontariato. Tuttavia, le responsabilità civili e penali in capo a scrutatori e presidenti sono tutt’altro che simboliche. Chiedere a un giovane di prendersi la responsabilità della regolarità del voto per meno di 4 euro l’ora non è un appello al senso civico; è, nei fatti, sfruttamento legalizzato.
La piramide dell’incoerenza: i dati
In Italia, la paga non dipende dalla fatica o dalle responsabilità, ma dal “tipo” di elezione. Il tutto regolato da una normativa che sembra ignorare il costo della vita attuale. Ecco quanto “vale” il tempo di un cittadino per lo Stato:
Nonostante il recente e timido adeguamento del 15%, le cifre restano offensive. Se dividiamo il compenso di un referendum per le ore minime di servizio (sabato pomeriggio, domenica intera e lunedì comprensivo di scrutinio), otteniamo una retribuzione che è meno della metà di quanto l’opposizione vorrebbe imporre per legge e di quanto il Governo dichiara essere necessario per una vita dignitosa.
Un sistema da rifondare
Se la politica vuole davvero essere credibile quando parla di “salari dignitosi”, dovrebbe iniziare dando l’esempio. Non si può chiedere coerenza alle aziende private se le istituzioni sono le prime a considerare il tempo dei cittadini come un bene a basso costo.
Continuare a offrire “mance” invece di compensi adeguati non farà altro che allontanare ulteriormente le nuove generazioni dalla partecipazione democratica. Perché se la democrazia ha un valore inestimabile, il lavoro di chi la rende possibile non può valere così poco.













