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Sardegna Sacrificata: la Legge Regionale 20 è carta straccia di fronte alla speculazione energetica

🎧 Ascolta l’articolo ▶️ (durata 3’22” con la voce di Florian)

Facciamo arrivare la nostra voce a tutti i Sardi condividiamo a tutti i nostri amici perché c’è un punto di rottura che non può più essere ignorato: con l’autorizzazione del Governo Meloni al mega-impianto fotovoltaico di 105 ettari tra Tramatza e Milis, lo Stato ha gettato la maschera.
La tanto sbandierata Legge Regionale 20 – celebrata come lo “scudo” per difendere la Sardegna dalla corsa alla speculazione energetica – si rivela oggi per ciò che è: una promessa vuota, un’illusione tradita, una carta straccia davanti ai poteri forti. Roma decide, la Sardegna subisce!

Siamo di fronte all’ennesimo gioco delle tre carte tra Cagliari e Roma.
Il Governo centrale “non vede” la Legge 20, e l’attuale amministrazione regionale – la stessa che ne aveva fatto il simbolo della propria autonomia – resta in silenzio.

Mi rivolgo direttamente a te, Alessandra Todde: manda i Carabinieri nei campi per impedire a questo ulteriore intruso lo scempio che intende compiere; fallo se veramente ami il tuo popolo e non TESLA.

I ruoli si scambiano, ma il copione è sempre lo stesso: quando c’è da difendere i territori, la Sardegna sparisce; quando c’è da sfruttarli, la Sardegna diventa centrale.

Questa non è distrazione istituzionale. È una scelta politica consapevole: sacrificare la nostra terra, le nostre campagne, i nostri orizzonti per alimentare il mercato dell’energia, non per il bene dei Sardi, ma per quello dei soliti noti.

È chiaro ormai che la Sardegna è stata designata come zona di sacrificio energetico.
Pianure agricole, pascoli e paesaggi unici vengono coperti da pannelli e torri d’acciaio; interi territori vengono espropriati in nome di una transizione ecologica che di “ecologico” ha solo il nome.
L’energia prodotta non servirà ai Sardi: verrà esportata, mentre qui resteranno le ferite sul territorio e la beffa delle bollette più care d’Italia. È l’ennesima forma di colonialismo, travestita da progresso.
Ma la Sardegna non è – e non può essere – un’enorme batteria a disposizione di altri.

Non serve andare a Cagliari per farsi manganellare.
Serve essere ovunque, insieme, nei nostri paesi e occupare tutti i nostri comuni, le nostre piazze le nostre banche in maniera pacifica e con la nostra bandiera dei Quattro Mori e nessuna bandiera dei colonizzatori o bandiere arcobaleno.
Serve far capire – con fermezza e con rispetto – che la Sardegna non è “pocos locos y maleunidos” come qualcuno ama dipingerci.
Serve mostrare che siamo molti, consapevoli e determinati, pronti a difendere la nostra terra con gli strumenti della democrazia, della partecipazione e della nonviolenza.

Essere forti non significa essere aggressivi.
Significa essere presenti, informati, organizzati.
Significa occupare – con le idee, con la voce, con la partecipazione – ogni spazio pubblico, ogni discussione, ogni decisione che riguarda il nostro futuro.

Non chiediamo miracoli. Chiediamo rispetto.
Chiediamo che l’energia prodotta in Sardegna resti in Sardegna, che i progetti siano scelti dai territori, che la pianificazione sia fatta con e per i Sardi.
Democrazia Sovrana Popolare Sardegna lancia un messaggio chiaro: la sovranità non è un grido, è un impegno collettivo.
Difendere la terra non è un atto di protesta, è un atto d’amore.

La Sardegna non è in vendita.
La Sardegna resiste, e questa volta non arretrerà.

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