Paola Persichetti, dell’associazione Trilly, ha presentato durante una recente intervista su Border Nights i risultati di un lavoro investigativo basato su atti giudiziari e documenti ufficiali. L’inchiesta parte dall’Umbria, ma le sue ramificazioni sembrano estendersi a tutto il territorio nazionale. Di fronte a documenti processuali inediti, emerge un quadro inquietante sulla gestione dell’emergenza sanitaria in Italia. Non più solo una questione medica, ma una vera e propria “militarizzazione” della salute pubblica, dove i medici di base sono diventati terminali esecutivi di ordini provenienti dalla Difesa. Al centro della vicenda, il processo a tre medici indagati per falso ideologico, accusati di aver rilasciato esenzioni vaccinali considerate “irregolari”. Tuttavia, proprio tra le pieghe di quei fascicoli, è emersa una realtà che va ben oltre il singolo caso giudiziario.
Il “peccato originale” viene individuato in una comunicazione datata 23 maggio 2022. Il mittente non è l’AIFA o il Ministero della Salute, ma il Ministero della Difesa. L’oggetto? L’estensione della validità dei vaccini anti-Covid.
Secondo quanto documentato dalla Persichetti, la gestione dei farmaci non seguiva più canali scientifici ordinari, ma una gerarchia paramilitare. I vaccini non venivano richiesti dalle strutture sanitarie in base alle necessità reali (logica pull), ma “spinti” dall’alto verso il basso (logica push) in quantità massicce. In Umbria, ad esempio, sarebbero arrivate circa 6 milioni di dosi per soli 600.000 abitanti: una media di 10 dosi a persona.
L’aspetto più controverso riguarda però la digitalizzazione della sanità. L’inchiesta svela l’esistenza del progetto PRJ1589, denominato ufficialmente “Biosorveglianza di fase 1”. Attraverso l’uso di software di business intelligence (come Microsoft Dynamics 365), la Regione avrebbe creato un’infrastruttura per monitorare non solo l’emergenza, ma i comportamenti di medici e pazienti.
Il sospetto sollevato dall’associazione è che i dati sanitari dei cittadini siano stati utilizzati per “addestrare” algoritmi di profilazione. «Il medico di base è stato trasformato in un terminale logistico», spiega la Persichetti, aggiungendo che sono state create delle “backdoor” informatiche per estrarre dati direttamente dai gestionali dei medici, spesso senza le dovute garanzie sulla privacy.
Un altro punto critico riguarda la conservazione dei dati informatici (i cosiddetti log). Alla richiesta dell’associazione di visionare le tracce degli accessi ai sistemi durante l’autunno 2021, la società regionale Punto Zero avrebbe risposto che i dati sono stati cancellati dopo sei mesi. Una pratica che, secondo la Persichetti, violerebbe le linee guida sulla privacy che impongono la conservazione per 5 anni, specialmente in presenza di procedimenti giudiziari in corso. Inoltre, l’inchiesta evidenzia il ruolo di colossi della consulenza privata come KPMG, presenti nella catena di comando che gestiva le scadenze e la logistica dei farmaci, sollevando dubbi su potenziali conflitti d’interesse tra finanza privata e salute pubblica.
L’allarme lanciato è chiaro: il rischio è il passaggio da una medicina clinica, basata sul rapporto di fiducia e sulla coscienza del medico, a una medicina algoritmica e militarizzata. In questo scenario, il medico che dissente o che esercita la propria autonomia professionale viene profilato e, in alcuni casi, trascinato in tribunale come monito per l’intera categoria.
L’associazione Trilly ha già presentato esposti al Garante della Privacy, al CSM e alla Procura di Roma, chiedendo chiarezza su quella che definiscono una “transumanza dall’umano al digitale”.
L’articolo riporta i fatti e le dichiarazioni documentate durante l’intervista. Per approfondimenti, i documenti citati sono consultabili presso il sito dell’Associazione Trilly.














