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Rituali pandemici e l’ingegneria dell’ordine sociale

 

Il rituale è il meccanismo attraverso cui il gruppo riafferma se stesso.

Émile Durkheim

Non abbiamo certo bisogno di dircelo ancora: il periodo della pseudopandemia di COVID-19 non è stato un’emergenza sanitaria, ma un gigantesco esperimento di riscrittura della grammatica sociale. Il punto focale sul quale vorremmo concentraci oggi è che, in un mondo dove il contatto fisico – pilastro della connessione umana – era diventato improvvisamente una minaccia, la società ha dovuto generare rapidamente nuovi protocolli, nuovi modi di interagire in funzione della paura.

Questi nuovi rituali – dal saluto con il gomito al tocco dei pugni – non sono stati semplici espedienti igienici, come spudoratamente propalato; sono serviti come strumenti fondamentali per mantenere l’omogeneità comportamentale e l’ordine sociale in un momento di potenziale caos.

I più anziani tra i lettori ricorderanno come anche il Fascismo introdusse i propri riti sociali, tentando di traslare la stretta di mano in saluto romano. In realtà senza unanime e diffuso successo, ché la stretta di mano pareva, senza dubbio alcuno, più elegante. In ogni caso, i regimi e i periodi di transizione esigono nuovi rituali per creare omogeneità e contenere frange di dissidenti troppo estese.

In sociologia, infatti, il rituale ha una funzione precisa: trasformare l’incertezza in una sequenza prevedibile di azioni. Quando le norme tradizionali (la stretta di mano o l’abbraccio) sono proibite, si crea un vuoto normativo pericoloso e che potrebbe innescare disordine sociale. Il rituale ha, pertanto, una funzione di ammortizzatore d’ansie.

Nello specifico, l’introduzione di nuovi gesti durante il periodo pseudopandemico ha permesso di:

  • ridurre l’attrito relazionale, poiché decidere come salutarsi senza parlare ha evitato lo stress negoziale in ogni incontro;
  • sostituire il vuoto, giacché il saluto con il gomito ha mantenuto viva la ritualità dell’incontro, impedendo l’atomizzazione totale degli individui.

L’efficacia di questi nuovi rituali risiede sempre nella loro adozione di massa, ciò per un fatto abbastanza ovvio: l’ordine sociale si regge sulla prevedibilità poiché, se tutti adottano lo stesso codice, la società percepisce stabilità per due ordini di aspetti:

  1. vedere estranei compiere gli stessi gesti (mettersi in fila a distanza, igienizzare le mani all’ingresso, toccarsi i gomiti) creava un senso di appartenenza ad una comunità considerabile come resiliente;
    2. adottare il “pugno” o il “gomito” non era solo un saluto, ma un segnale pubblico che potremmo sintetizzare così: «Siccome accetto le regole, sono un membro sicuro del gruppo». Chi si rifiutava di integrare questi nuovi riti veniva immediatamente percepito come un elemento di disturbo dell’ordine, un outsider pericoloso; ce le ricordiamo tutti le cattiverie gratuite rivolte ai critici del virus, delle restrizioni e della campagna vaccinale…

C’è ancora un aspetto sul quale riflettere: a differenza delle leggi scritte e delle sanzioni pecuniarie, i nuovi rituali operavano attraverso il controllo sociale informale, ovvero la pressione dei pari agiva in modo più capillare di qualsiasi pattuglia di polizia. Integrando questi comportamenti nella quotidianità, lo Stato e la società hanno ottenuto un’adesione volontaria a una disciplina ferrea. L’omogeneità non è stata imposta solo dall’alto, ma è stata costruita dal basso. Questi gesti, pur nella loro apparente goffaggine, sono stati la dimostrazione di quanto l’essere umano sia disposto a modificare i propri istinti più profondi pur di preservare l’armonia del corpo sociale.

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