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Riflessioni sul riuso, spesso improprio, del patrimonio archeologico isolano

🎧 Ascolta l’articolo ▶️ (durata 4’30” con la voce di Emma)

Abbiamo letto recentemente di una stele appartenente ad una Tomba dei Giganti che, nel territorio di Sedilo, è stata utilizzata come pilastro per un cancello in una località campestre. Dal momento che non è affatto la prima volta che ci capita leggere, di sentire raccontare ma anche di constatare del reimpiego di elementi strutturali o decorativi di monumenti passati per integrarli in nuove costruzioni, spesso scivolando nel riutilizzo improprio, la prima considerazione che abbiamo svolto è che il confine tra continuità storica e danneggiamento del patrimonio culturale si fa, in questi casi, sottilissimo.

In Sardegna, dove la densità monumentale preistorica e protostorica è elevatissima, il riuso delle pietre antiche è una costante che ha attraversato i millenni, comportando, alle volte, la perdita irreparabile di contesti archeologici fondamentali.

Nel corso dei secoli, il riutilizzo non è sempre stato sinonimo di “vandalismo” quanto, piuttosto, di pragmatismo economico o transizione ideologica. Smantellare un sito preesistente significava avere a disposizione pietra già perfettamente tagliata e lavorata.

Per esempio, tra la tarda antichità e il Medioevo, centinaia di nuraghi e tombe dei giganti vennero riutilizzati come fondamenta o strutture per chiese cristiane, o come luoghi di sepoltura bizantini. E nelle cattedrali romaniche sarde, come nella Basilica di San Saturnino a Cagliari, colonne, capitelli e basi di epoca romana vennero integrati direttamente nei setti divisori delle navate. Un riuso visibile, che quasi celebrava la grandezza del passato romano riadattandola al nuovo culto.

L’esempio più iconico e spettacolare di riuso creativo si trova a Barumini, dove sorge il complesso di Casa Zapata.

Costruita a partire dal XVI secolo dalla nobile famiglia aragonese dei Zapata, la residenza fu edificata al di sopra del nuraghe Su Nuraxi ‘e Cresia. In questo caso, le strutture nuragiche non vennero demolite, ma letteralmente inglobate, diventando le fondamenta e le pareti portanti del palazzo nobiliare. Oggi il sito è un museo dove i visitatori camminano su passerelle di vetro sospese, osservando il nuraghe che fa da “pavimento” alla casa.

Sebbene Casa Zapata sia un capolavoro di archeologia integrata, la stragrande maggioranza dei riutilizzi storici nelle campagne sarde ha seguito logiche molto meno conservative.

Il vero problema del riutilizzo improprio si consuma quando la pietra antica perde del tutto il suo legame con il contesto d’origine. Per secoli, la Sardegna rurale ha visto i propri monumenti archeologici (soprattutto nuraghi minori, domus de janas e tombe dei giganti) trasformati in cave di pietra a cielo aperto e migliaia di blocchi squadrati, originariamente posizionati per sorreggere le imponenti torri dell’Età del Bronzo, sono stati riutilizzati come:

  • pietre di confine per i muretti a secco delle proprietà agrarie;
  • materiale da costruzione per le pinnettas (le tipiche capanne pastorali circolari con tetto in frasche);
  • mobili e architravi di case private nei centri storici dei paesi.

Ed ora qualche doverosa riflessione: per un archeologo, il valore di un reperto o di una pietra non risiede solo nell’oggetto in sé, ma nella sua posizione nello spazio. Quando un blocco di calcare o di basalto lavorato viene rimosso dal suo sito originario per essere inserito nella facciata di una stalla o nel muro di una casa, quel blocco diventa “muto”. Viene cancellata la possibilità di comprendere come funzionasse il monumento originario, quale fosse la sua reale estensione e quale significato avesse per la comunità che lo eresse.

Oggi la sensibilità e le leggi di tutela (con il supporto attivo del Corpo Forestale e dei Carabinieri del Nucleo Tutela Patrimonio Culturale) cercano di frenare qualunque manipolazione abusiva. Tuttavia, camminando per i borghi antichi o le campagne della Sardegna, aguzzare la vista permette di leggere questa doppia storia: una storia fatta di una civiltà millenaria che ha costellato l’isola di torri e una successiva che, per necessità o dimenticanza, ha letteralmente smontato quel passato per sopravvivere nel presente.

 

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