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Un gruppo di escursionisti affronta una camminata in montagna. La fatica si fa sentire, il rientro a piedi appare improvvisamente troppo gravoso e, una volta giunti a valle o in quota, la scoperta: non ci sono taxi disponibili. La soluzione? Composizione rapida del 112 sul tastierino dello smartphone.
Episodi del genere si stanno ripetendo e potrebbero sembrare una barzelletta o un paradosso da social network, invece sono fotografie nitide e preoccupanti della realtà contemporanea: l’uso improprio dei numeri di emergenza per risolvere piccoli imprevisti o comodità personali.
Ecco, allora, è importante sottolinearlo, il Numero Unico di Emergenza (112) nasce per salvare vite, coordinando l’intervento tempestivo di Ambulanze, Vigili del Fuoco, Forze dell’Ordine e Soccorso Alpino. Cionondimeno, le centrali operative si trovano sempre più spesso a dover filtrare chiamate al limite dell’assurdo: da chi chiede informazioni sul traffico o sulle farmacie di turno, a chi pretende un passaggio perché ha perso l’ultimo autobus o non trova un taxi in alta quota.
L’inconsapevolezza delle conseguenze di questi gesti è enorme. Ogni chiamata futile:
- sottrae tempo prezioso agli operatori della centrale;
- intasa le linee dedicate a chi sta affrontando una reale situazione di pericolo;
- rischia di mobilitare risorse e soccorritori a discapito di emergenze vere, dove pochi minuti possono fare la differenza tra la vita e la morte.
Ma come siamo arrivati a scambiare il Soccorso Alpino per un’applicazione di ride-hailing, ovvero di prenotazione di un passaggio? Le radici di questo fenomeno sono molteplici e profonde. Vediamole di seguito.
- La cultura del “Tutto e Subito”
Viviamo in una società abituata alla gratificazione istantanea. Con un tap sullo schermo ordiniamo cibo, trasporti, servizi e prodotti consegnati in poche ore. Questa mentalità ha progressivamente cancellato il senso del limite, portando le persone a pretendere che esista sempre un “servizio clienti” pronto a risolvere qualsiasi contrattempo, anche a 2.000 metri di altitudine.
- La banalizzazione dell’ambiente naturale
La montagna, la natura selvaggia e i percorsi di trekking sono stati fortemente turistizzati e spettacolarizzati sui social media. Spesso ci si approccia all’escursionismo come se fosse una passeggiata in un parco a tema del tutto priva di rischi. Si perde così la consapevolezza che l’ambiente naturale richiede preparazione, pianificazione del percorso di ritorno e rispetto per i propri limiti.
- Analfabetismo civico e deresponsabilizzazione
Esiste una grave lacuna nell’educazione al senso civico. Molti utenti non conoscono la struttura, i costi e la ratio d’essere delle istituzioni pubbliche e dei servizi di emergenza. La deresponsabilizzazione individuale spinge a trascurare le regole base della sicurezza personale, trasferendo sull’autosoccorso pubblico la gestione delle proprie imprudenze.
Che fare allora? Certamente, ripartire dalla responsabilità e dall’educazione. Perché, finché si continuerà a considerare la sicurezza come un diritto privo di doveri, episodi del genere si ripeteranno. Ridurre la maleducazione e l’incompetenza richiede un doppio sforzo:
- da un lato informare e sanzionare chi abusa dei servizi di pubblica utilità (ricordando che l’inutile procurato allarme o l’interruzione di pubblico servizio sono reati perseguibili);
- dall’altro promuovere la cultura del limite.
La montagna e la vita quotidiana ci ricordano che non tutto può essere prenotato con un’app e che l’emergenza è una cosa seria. Imparare a distinguere tra un reale pericolo e una propria disattenzione è il primo vero passo per definirsi cittadini responsabili.















