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Piccoli ricordi d’identità… popolare

🎧 Ascolta l’articolo ▶️ (durata 9’02” con la voce di Ingrid)

I periodi di festività hanno la caratteristica di essere associati ad una pausa. In un mondo ultra-frenetico come il nostro, rallentare è sovente un lusso ma, se si può, è fondamentale. Prendersi tempo, dedicarsi al proprio Sé, ci aiuta a recuperare dai nostri ricordi parti di noi stessi che diamo per scontate. Troppo spesso ci dimentichiamo che la nostra identità di singoli è anche figlia di un’identità di popolo. E ogni identità di popolo ha un passato che la definisce, che si stratifica e che si esprime in tutti gli ambiti di vita di quel popolo, dalle narrazioni al paesaggio. Perciò mi piacerebbe raccontarvi gli affascinanti ricordi di Sonia, ereditati da una storia antica e, cionondimeno, familiare a tanti tra noi ed emersi proprio durante uno di questi momenti di pausa…

È il giorno di Natale e, dopo il caffè, ci spostiamo dalla tavola all’area del soggiorno antistante il caminetto. Il calore del fuoco, la fiamma che danza e disegna ombre sulle pareti di ghisa, la luce plumbea del pomeriggio umido e quel senso di sonnolenza post-prandiale che aleggia nell’aria fanno emergere in Sonia i ricordi di nonna Saba.

«Era vedova», comincia a raccontare, «e non dormivo spesso da lei ma, quando capitava, c’erano tre cose che mi affascinavano. La prima era il magnifico quadro appeso sulla testiera del letto, che io continuavo a fissare finché non mi addormentavo. Aveva come soggetti due bambini impegnati in un cammino, sui quali vegliava un angelo. Bellissimo!» Sonia si ferma un istante, la memoria le ha riacceso vivido quel ricordo; oggi i capoletti sono spesso moderni guazzabugli di colore, niente di paragonabile al meraviglioso dipinto rimasto impresso nella sua memoria. Poi riprende: «La seconda cosa era il rosario sussurrato da mia nonna. Una cantilena quasi incomprensibile dal tenore soporifero. La terza cosa era il rituale consueto di svestizione prima di mettersi a letto. Nonna levava, una dopo l’altra, le tre ampie gonne che portava sovrapposte. La più esterna era nera e fittamente plissettata, le altre due, nere comunque, non erano plissettate ma conferivano spessore alla gonna più esterna. Al termine di questa sequenza lenta e quasi sacra, nonna restava con indosso, un corpetto intimo – quello che in alcune zone della Sardegna chiamano su cossiu –, e una sottogonna, entrambi bianchi. Bianchi, non neri. E, così vestita, si coricava».

Entrambe le nonne di Sonia erano pratiche di maxinas sarde, ma nonna Saba, Provilia Saba, trexentina, era anche medigadora e curava dalle fascinazioni sia esseri umani, bambini in particolare, che animali. Dal temperamento sanguigno, impulsivo e collerico, diveniva disponibile, generosa e attenta quando qualcuno si rivolgeva a lei per chiederle aiuto, sfoderando il suo suggestivo armamentario di invocazioni, rime, preghiere e qualcosa d’altro che rimane il segreto più grande di tutti quando si parla di maxinas antigas senza esservi iniziati.

«Usava la ruta», ricorda Sonia. «La masticava e poi soffiava sull’animale malato. Recitava anche qualcosa, ma non saprei cosa. Quello che sentivo era più un mormorio che un sottovoce.»

L’altra nonna, ogliastrina, quando recitava le formule contro il malocchio la segnava sul capo, generalmente per levarle il mal di testa, e le raccomandava: «Ponidì facci a mari». In sostanza, le chiedeva di rivolgere il proprio sguardo verso il mare e Sonia rispondeva. «Ma questa è un’isola…» «Ponidì verso il mare più vicino», era la risposta secca della nonna che tagliava corto quell’accennata provocazione per dedicarsi al suo benefico e liberatorio rito.

Così, dopo appena pochi giri di conversazione, veniamo a sapere che la nostra ospite ha potuto sperimentare da vicinissimo il fascino indescrivibile di antichi riti riproposti generazione dopo generazione ed avrebbe anche voluto ereditarne i segreti. Per riceverne il lascito, le dissero, era necessario che i preziosi arcani terapeutici saltassero una generazione, perciò Sonia, a differenza delle zie che ci tenevano tanto ma erano nate nella generazione “sbagliata”, avrebbe anche potuto riceverlo ma, prima che i tempi fossero maturi, entrambe le nonne vennero a mancare. Così a lei sono rimasti ricordi di mormorii e gesti slegati da ogni formula sacra; null’altro che le consenta di ripetere e/o tramandare l’arte.

«Un vero peccato», commentiamo tutti. Perché intrecciate a quelle formule, per quanto ripetute in tempi recenti, c’erano sicuramente bruscoli d’identità sarda: gesti ritenuti capaci di connettere persone a persone, erbe a persone o ad animali, soffi vitali e benefici, parole cariche di sacralità. Al di là che si creda o no nelle maxinas, il loro fascino sta nel legame che rappresentano tra Natura e vita umana o, per essere più pratici, tra paesaggio sardo e popolo sardo. Quel paesaggio che rappresenta l’identità del nostro popolo e che -detto per inciso – nell’oggi è minacciato da faccendieri senza scrupoli. Ma questo è un pensiero che, se pure attraversa tutti noi, rimane confinato nella teca cranica poiché le orecchie sono tutte per i racconti di Sonia.

«Nonna Saba aveva una storia affascinante», riprende infatti. «Ogni paese sardo ha la sua leggenda e mia nonna era parte d’essa. Pare, infatti, che la sua casa fosse stata edificata sul terreno di un antico convento o di un’antica stazione di posta. Un luogo, comunque, dove ci si prendeva una pausa, dove il tempo scorreva più lento. Un luogo carico di energie, insomma.»

Noi siamo suggestionati dal racconto che stiamo ascoltando ed intuiamo che il pezzo forte della storia sta per arrivare. Gli ingredienti ci sono tutti: una leggenda trexentina, una donna medigadora per nascita e una casa edificata su un luogo dalle potenti energie telluriche. Siamo, dunque, in tensione quando Sonia riprende la propria narrazione: «I vecchi proprietari della stazione di posta, o comunque qualcuno che abitò quel luogo in precedenza, scelse mia nonna per comunicarle che sepolto nel terreno c’era un tesoro di monete. Lei ottenne indicazioni precise su come e dove trovare il tesoro e, intimorita, le confidò. Mentre si confidava, però, sentì chiaro il tintinnio di monete che cadevano una ad una e finivano inghiottite dal silenzio. Si spaventò e comprese di aver perso il proprio tesoro. Infatti, non lo trovò mai; tuttavia, noi nipoti pensiamo che sarebbe opportuno provare a cercarlo, provare a scavare. Ma senza indicazioni è complicato…»

A questo punto restiamo tutti con la stravagante prospettiva di una ricerca da compiersi più per gioco che per reale attesa di un buon esito. Anche se, a dirla tutta, quando Sonia dice che la casa della nonna è in vendita ad un prezzo da regalìa, la fantasia costruisce scenari alternativamente fantasy o fiabeschi che, giusto giusto gli indispensabili “piedi per terra” non trasformano in premura. Così la chiudiamo là; chi a pensare a qualche scherzo dell’inconscio giocato alla nonna e chi ad immaginare generosità concesse e, parimenti, sottratte dall’Aldilà…

Dopodiché, il nostro pomeriggio col fiato sospeso a mezza via tra ricordi e contus de forredda scorre lieto e la mente si svaga concentrandosi. Una volta, momenti come questi erano più frequenti; si lavorava tanto, certo, ma le pause quotidiane erano rituali imprescindibili, necessari, da non rimandarsi, corroboranti che legavano le generazioni tra loro e non attendevano il Natale per consentire ad ognuno di respirare un’atmosfera magica. La stessa atmosfera magica che ogni storia passata sa suscitare in chi vi si riconosca… in un modo o nell’altro. Oggi abbiamo proprio fatto il pieno di energie positive e concludiamo la giornata con il desiderio di ripetere entro breve la medesima “infornata” di contus 😉.

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