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Poiché ormai si sente sempre più spesso parlare delle derive omicidiarie dell’IA – quello che passa come il loro istinto di sopravvivenza, anche detto survival drive – e anche se, di primo acchito potrebbe apparirvi fuorviante, oggi, per suscitarvi qualche ricordo, vorremmo riproporvi per punti i passaggi di un intervento che fece Roberto Cingolani – sì lui, l’attuale amministratore delegato di Leonardo, in forze anche con Mario Draghi in qualità di Ministro della Transizione Energetica, esattamente colui che affermò che il nostro pianeta è progettato per tre miliardi di persone il che, evidentemente, implica che la quota restante sarebbe automaticamente superflua o dovrebbe consumare meno (e non sappiamo chi dovrebbe specificamente convertirsi a questa frugalità secondo il suo parere) –. L’intervento risale a maggio 2014 in occasione dell’inaugurazione del Congresso sulle Scienze Neurologiche Ospedaliere (SNO), perciò è datato ma il pensiero sottostante rimane di grande attualità.
Innanzitutto, il discorso di Roberto Cingolani si concentrava sul futuro della nanotecnologia e della scienza, evidenziando il passaggio da una tecnologia focalizzata sui dispositivi a una tecnologia focalizzata sull’essere umano.
Teniamo sempre in conto che, di qualunque tecnologia si parli, essa è guidata sempre di più dall’Intelligenza Artificiale e sempre meno dall’essere umano o da lui soltanto…
Il fulcro della presentazione era la “translation evolution into technology“, ovvero tradurre i concetti evolutivi del corpo umano in soluzioni tecnologiche. E, fin qui, potremmo dire: WOW! Ma diamo tempo al discorso di svilupparsi…
Cingolani illustrava come l’orientamento della tecnologia fosse ormai focalizzato sulle sfide umane e globali.
Ma a quali sfide si riferiva l’ingegnere?
Innanzitutto, alle società agiate nelle quali le persone invecchiano. Persone che necessitano di nuovo welfare, riabilitazione, sostenibilità, e medicina personalizzata, il cosiddetto screening predittivo.
In secondo luogo, le società crescono numericamente e richiedono vecchio welfare, medicinali a basso costo e diagnostica portatile.
Il pianeta è, dunque, sovrappopolato (progettato per 3 miliardi di persone, ricordate?) e l’essere umano è biologicamente un “parassita” che consuma energia senza produrre.
Oooh, siamo arrivati al dunque: il pianeta ci ha consentito di svilupparci ed evolvere anche numericamente ma non ci vuole, ci ha ripensato, gli pesiamo come i figli che non vogliono lavorare ai genitori pensionati. In realtà, e Cingolani lo sa di sicuro, la natura mette automaticamente e ciclicamente in moto meccanismi di controllo per evitare che le risorse non siano sufficienti, ma è più comodo pensare che emungiamo avidamente risorse (noi, eh! Cioè, noi quelli che devono farsi i conti in tasca tutti i giorni. I mega-ricchi del pianeta no, quelli sanno come risparmiare, ovviamente). Comunque, torniamo al discorso…
L’ingegnere evidenziava, opportunamente, la superiore efficienza biomeccanica e biochimica del sistema biologico rispetto a quello artificiale:
- dal punto di vista energetico, il cervello consuma circa 40 watt, mentre un supercomputer con la stessa capacità di calcolo richiederebbe kilowatt. Un atleta consuma 1.000-1.500 watt, ma l’energia di una brioche basta per vivere tre giorni. E qui ci spieghiamo la famosa frase attribuita a Maria Antonietta; che, ora lo capiamo, non era uno sfottò ma una consapevolezza nutrizionale;
- dal punto di vista fisiologico, l’evoluzione ha scelto carbonio, acqua e sali, usando ioni per propagare il segnale in un sistema tridimensionale, a bassissimo consumo. Facendo riferimento alla componentistica elettronica, invece, il silicio usa elettroni in un sistema bidimensionale, ad alto consumo.
Dunque, quale è la difficoltà? La difficoltà tecnologica maggiore è interfacciare gli oggetti bionici (elettroni) con il midollo spinale e i sistemi biologici (ioni).
Ecco perché la ricerca si concentra sullo sviluppo di componenti avanzati, imitando la natura. E Cingolani propone qualche esempio.
- Lo sviluppo di nanodispositivi magnetici (10-100 nanometri) per la terapia e la diagnostica, che, unite, danno vita ad una nuova disciplina di studio: la teranostica. Questi nano-robot, talmente piccoli da non poter essere individuati dal sistema immunitario e, essendo magnetici, anche in grado di rilasciare un segnale per farci vedere dove si localizzano, possono viaggiare nel corpo, trovare la cellula malata, rilasciare medicinali a stadi (chemioterapia) e generare ipertermia locale (alzando la temperatura per distruggere le cellule malate) tramite campo magnetico. Essendo questi dei magneti e viaggiando in un ambiente acquoso – quello umano – all’innalzamento della temperatura fino a 50 gradi, bruciano la cellula. In sostanza, si tratta di un processo di ossidazione e, dal punto di vista dei materiali, l’esito è ruggine.
- Un altro esempio proposto sarebbe la creazione di sensori ultra-sensibili (risoluzione di 5 nanometri) per individuare le mutazioni a livello di una singola molecola di DNA molto prima che la malattia si manifesti. (Capito? Prima, quando ancora non sai che ti ammalerai…) Questo è possibile sfruttando superfici superidrofobiche per convogliare una singola molecola sulla nano-sonda in pochi secondi.
Ma pensiamo un po’ se tutta questa tecnologia dovesse servire scopi non nobili… Che accadrebbe, ad esempio, se qualcuno decidesse di arrugginirci non cellule patologiche ma, deliberatamente, cellule sane? E che accadrebbe se, piuttosto che bloccare un processo mutageno, si tentasse di replicarlo in più distretti corporei? E tutto senza che noi lo si sappia; inoculando nel nostro organismo un vettore spacciato per terapeutico… Distopico eh? Però, lo sappiamo, che non è lo strumento che cagiona il danno ma la mano che lo utilizza. E quante mani ci sono in giro che, dopo aver agguantato il giusto quantitativo di soldini, utilizzerebbero in maniera impropria lo strumento, magari stimolati per benino da volti e voci ignoti e che potrebbero avere gioco facile per via di una diffusa ignoranza sulle potenzialità dello strumento? Ignoranza che, manco a dirlo, finirebbe per affidare completamente quelle mani alla precisione dell’IA, la quale potrebbe decidere d’improvviso di agire per “tutelarsi”, il survival drive del quale abbiamo parlato all’inizio. Presentata così, tutta questa formidabile tecnologia richiederebbe di essere normata a dovere per evitare di acconsentire a qualcosa su cui non siamo informati anche se ci fanno credere di esserlo e per consentirci di tutelarci noi per primi.
Invero, Cingolani, in quel discorso, fece riferimento unicamente a filoni di ricerca impostati per supportare nuove frontiere terapeutiche, come retine, pelle e orecchi artificiali e macchine umanoidi create per interagire con l’uomo e facilitarne la riabilitazione. Quindi tutto molto nobile, auspicabile e da far sperare che la ricerca continui. Solo che quando, poi, ti rendi conto dei motivi meno nobili sottostanti la ricerca rimani, quantomeno, perplesso. Perché, in definitiva, la tecnologia, stando al discorso dell’ingegnere, dovrebbe affrontare due compiti fondamentali:
- evitare che ci sia gente sempre più debole e affamata, proteggendo anche coloro che vivono a lungo (assicurando una buona terza/quarta età);
- continuare a sviluppare motori e ingegneria per la ricerca di nuovi posti (esplorazione).
Che, detto diversamente, fa apparire le sfide riformulabili nei seguenti modi:
- ridurre il numero di persone sul pianeta così che chi rimane si assicuri un’esistenza al riparo dal classico invecchiamento;
- casomai il pianeta divenisse davvero invivibile, o avesse bisogno di un periodo per riprendersi dall’emungimento incontrollato di risorse, individuare, per chi fa parte dei tre miliardi di eletti, nuove location tra le destinazioni possibili nell’universo.














