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Musica e governi: note musicali e soft power

🎧 Ascolta l’articolo ▶️ (durata 4’39” con la voce di Ingrid)

La musica, come sappiamo, ha caratteristiche uniche e potenti: scavalca la logica razionale, parla direttamente alle emozioni e, se cantata in gruppo, sincronizza fisicamente le persone; questo è ben riscontrabile a livello del battito cardiaco, del respiro e, ovviamente, del movimento. Il che la rende uno dei mezzi piĂą economici ed efficaci per unire, controllare o manipolare una popolazione; non per nulla i governi utilizzano la musica come strumento di potere fin dall’antichitĂ  e le strategie storiche e moderne utilizzate si dividono principalmente in quattro grandi macro-aree che vedremo di seguito.

  1. La creazione dell’identitĂ  e del consenso
    Il modo più comune in cui uno Stato usa la musica è attraverso gli inni nazionali, le marce militari e i canti patriottici che servono a creare un senso di appartenenza e a spingere i cittadini al sacrificio per la patria, ovvero sono funzionali alla costruzione di un’identità collettiva.

Cantare lo stesso inno, infatti, o marciare a tempo crea l’effetto psicologico di “fusione dell’identitĂ ”; in questo modo l’individuo si annulla per sentirsi parte di un corpo unico (lo Stato o l’esercito). Addirittura, in passato, i governi hanno recuperato la musica folk o tradizionale per inventare una purezza culturale da difendere contro le minacce esterne.

  1. La censura e il controllo dell’opposizione
    Riflettiamo ora su un dato: se una musica può unire per appoggiare il governo, può anche unire per rovesciarlo. Per questo i regimi autoritari (e spesso anche le democrazie in tempo di guerra) applicano una rigida censura. Nella Germania nazista, ad esempio, la musica jazz e quella d’avanguardia venivano vietate e catalogate come “musica degenerata” perchĂ© considerata ebraica, nera o contraria ai valori ariani. In Unione Sovietica, altresì, compositori del calibro di Dmitrij Shostakovich dovevano sottoporre le loro sinfonie al controllo del Partito Comunista dell’Unione Sovietica, il PCUS, per assicurarsi che rispettassero i canoni del “Realismo socialista”.

Ma anche nelle nostre moderne democrazie esiste il controllo; ad esempio e senza entrare nel merito profondo delle scelte fatte, negli Stati Uniti post-11 settembre, il colosso radiofonico Clear Channel (oggi iHeartMedia) fece circolare una lista di oltre 150 canzoni dal testo ritenuto discutibile che le radio erano caldamente invitate a non trasmettere.

  1. La propaganda e il culto della personalitĂ 
    Focalizzando l’utilizzo mirato della musica in base al target, ci rendiamo conto che essa viene usata per veicolare messaggi politici complessi in formati semplici, orecchiabili e memorizzabili, specialmente quando il tasso di alfabetizzazione è basso o si vuole colpire una popolazione molto giovane.
  2. Controllo psicologico, tortura e sorveglianza algoritmica
    Questo ultimo punto è, forse, quello piĂą sorprendente perchĂ© oggi l’uso della musica da parte dei governi si è fatto piĂą sottile, psicologico e tecnologico.

L’esercito americano e la CIA, ad esempio, hanno utilizzato la musica pop e metal ad altissimo volume e ripetuta a ciclo continuo per settimane come forma di privazione del sonno e tortura psicologica nei confronti dei detenuti a Guantanamo.

Ancora piĂą sorprendente è il fatto che molte amministrazioni comunali nel mondo utilizzano la diffusione di musica classica nelle stazioni o nei parchi per allontanare senzatetto o gang giovanili (la musica classica attiva, infatti, risposte psicologiche legate all’ordine e all’autoritĂ , risultando “fastidiosa” per chi vuole occupare lo spazio in modo non convenzionale).

Infine, nel contesto attuale, i governi (soprattutto attraverso piattaforme di Stato o influenze sui social media come TikTok) monitorano e incentivano trend musicali che distraggono la popolazione da temi politici caldi, oppure utilizzano la musica pop per ripulire l’immagine internazionale del Paese (operazioni cosiddette di soft power).

Ebbene, dopo questa breve analisi per punti appare chiaro una volta per tutte che la musica non è mai neutrale quando incrocia il potere. Anzi, per i governi è il “lubrificante” ideale: rende digeribili le leggi, unisce le folle sotto una sola bandiera e, nei casi peggiori, copre il rumore del dissenso che così viene messo a tacere.

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