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Giocare, ne siamo consapevoli, è un diritto di ogni bambino ma, da un punto di vista antropologico, è anche un filo invisibile che lega tra loro le generazioni. Ecco, dunque, che nel cuore più silenzioso della Sardegna esiste un piccolo borgo magico dove il tempo sembra essersi fermato ma il divertimento è destinato a durare per sempre. Questo piccino fazzoletto di terra inurbata si chiama Zeppara, una frazione del comune di Ales, antico feudo arborense e poi aragonese. Passeggiando tra le sue storiche case in pietra e le stradine silenziose, non sentirete il rumore del traffico o i suoni dei moderni videogiochi; la calma che vi regna è per i visitatori il preludio della scoperta di uno dei luoghi più sorprendenti dell’intera isola.

Proprio qui, all’interno di un edificio che un tempo ospitava una scuola, sorge il Museo del giocattolo tradizionale della Sardegna. Questa struttura custodisce un segreto prezioso che i nostri nonni ricordano bene: un’epoca in cui per viaggiare con la fantasia non servivano schermi digitali o batterie; bastavano un pezzetto di legno, una canna raccolta lungo il fiume o un po’ di stoffa avanzata.
Spalanchiamo, allora, le porte del tempo per scoprire come l’ingegno e la memoria abbiano dato vita a una collezione unica, capace di unire le generazioni. Pertanto, partiamo dai natali di questo luogo sospeso tra incanto costante e sorpresa continua.
Questo specialissimo angolo di ricordi non è nato dall’opera di scienziati o di misteriosi collezionisti. La sua storia, piuttosto, inizia oltre trent’anni fa, esattamente nel 1993, grazie all’intuizione di un maestro di lettere, il professor Nando Cossu, e di ventidue curiosissimi alunni delle scuole medie. Durante i loro pomeriggi, i ragazzi decisero di rivolgere una domanda affascinante ai propri nonni: «Caro nonno, ma tu quando eri piccolo con cosa giocavi?»
Gli occhi degli anziani si illuminarono; quella semplice curiosità aveva funzionato come una chiave capace di aprire il lucchetto che teneva chiuso uno scrigno prezioso: quello dei ricordi d’infanzia. I nonni cominciarono a ricordare, a raccontare e, soprattutto, a costruire. Con le loro mani esperte e la memoria del cuore, i nonni ricrearono fedelmente i giochi della loro infanzia, dimostrando che con le mani si creano i ricordi. I nonni donarono poi alla scuola quelle creazioni; ne arrivarono così tante che la scuola si riempì presto di veri e propri tesori.
Nel corso del tempo, quella piccola collezione spontanea si è allargata a tutta l’isola, coinvolgendo tantissimi paesi, da Busachi a Orune, da Laconi a Perdasdefogu e, finalmente, nel dicembre del 2002, tutti questi capolavori hanno trovato la loro casa definitiva a Zeppara.
Entrando nelle sale espositive si nota subito una caratteristica straordinaria: non vi si trovano giocattoli perfetti e scintillanti comprati nei negozi. La regola d’oro di questo spazio è valorizzare il giocattolo fatto in casa. I bambini sardi di un tempo erano dei veri e propri inventori, maghi del riciclo e precursori della sostenibilità.

Per realizzare una macchina, un aereo o una pistola, era necessario aguzzare l’ingegno al fine di valorizzare al massimo i materiali poveri utilizzati, quelli reperibili in natura come:
- il sughero delle querce e le canne per i telai e le strutture;
- le ossa degli animali e i noccioli della frutta come elementi di gioco o decorazione;
- il fango e le piume degli uccelli per dare forma ai dettagli più piccoli.

Non importava che l’oggetto finale fosse storto o imperfetto perché la parte più bella e memorabile risiedeva proprio nell’avventura di costruire il giocattolo, magari collaborando insieme a un papà o a una mamma, a uno zio o a una zia, o a qualche amico d’infanzia.
Il museo vanta, oggi, una collezione che conta più di 200 pezzi unici! Tra essi, nelle teche, spiccano le antiche bambole interamente prive di plastica o capelli finti, piuttosto realizzate in stoffa e ripiene di lana o di paglia. I loro vestiti riproducono spesso in miniatura gli splendidi abiti tradizionali sardi fatti di velluto e broccato. Guardandole, sembra quasi che vogliano sussurrarci le storie delle bambine che le hanno strette tra le braccia un secolo fa.
Per chi invece ama l’avventura, il museo espone un ingegnoso carretto artigianale. La sua struttura principale è ricavata da una canna, che forma un solido telaio e la sponda posteriore, mentre le ruote sono dischi perfetti intagliati nel sughero. A manufatto realizzato, bastava un po’ di spago per unire i pezzi, una superficie liscia e un tocco di immaginazione per trasformarsi in coraggiosi conducenti di carovane alla conquista di terre lontane.
E, ancora, tra le esposizioni si possono ammirare piccoli fucili di legno e trappole. Ovviamente, questi oggetti non servivano per fare del male, ma per imitare i grandi nei loro racconti di caccia e pesca, trasformando i boschi intorno al paese in un immenso palcoscenico ludico.
Nelle sale si incontrano anche i giochi rituali, ovvero quelli legati alle feste più importanti dell’anno come il Natale o il Carnevale. Tra questi c’era un gioco in particolare che faceva battere il cuore a mille: su barrallicu.
Spieghiamo per i più giovani, che non hanno mai avuto la fortuna di giocarci, che si tratta di una speciale trottola a quattro facce, ognuna delle quali presenta una lettera incisa che determina le sorti della partita:
- la T sta per Tottu, ovvero “Prendi tutto il piatto”;
- la M sta per Metadi, ovvero “Prendi la metà del piatto”;
- la P sta per Pone, ovvero “Metti la tua quota nel gioco”;
- e la N sta per Nudda che equivaleva a “Niente, non vinci e non perdi”.

I bambini si sfidavano attorno al tavolo giocando non per denaro, ma per conquistare dolci, noci, mandorle o fichi secchi, dando vita a risate, urla di gioia e un tifo caloroso mentre la trottola girava velocissima.
Oggi la struttura di Zeppara non è un semplice posto dove osservare passivamente oggetti del passato dietro a un vetro; la sua vera missione è far rivivere concretamente quel mondo. Per questo il museo organizza laboratori didattici dove i bambini del XXI secolo possono toccare i materiali, usare le mani e creare il proprio giocattolo personalizzato da portare a casa, con lo stesso spirito e la fantasia dei loro nonni. Per i visitatori sono persino disponibili esperienze in realtà virtuale per viaggiare oltre il reale ed immergersi completamente in atmosfere d’altri tempi.
La manualità tradizionale emerge anche in gesti antichi, come la creazione di figure di stoffa o fazzoletti. Per esempio, piegando a quadrato un fazzoletto, poi a triangolo e puntando al centro per chiuderlo, le donne creavano un supporto per portare le brocche d’acqua in testa senza farsi male ma, con lo stesso tessuto, girando la stoffa, si poteva dare vita alla cosiddetta “casa del topo” lavorandola fino a far uscire le orecchie, la testa e la coda di un piccolo animale che sembrava prendere vita e animarsi al semplice soffio di un bambino.
Custodire questi manufatti significa custodire l’anima della Sardegna, il suo calore e la sua fantasia senza tempo; dunque, la prossima volta che avrete voglia di una vera avventura, spegnete la televisione, lasciate lo smartphone sul tavolo e fatevi portare a Zeppara: i giocattoli dei nonni vi stanno aspettando per fare una nuova incredibile partita insieme. D’altronde, si smette di giocare solo quando si diventa vecchi, ma si diventa vecchi solo se si smette di giocare.
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