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L’ossessione green dell’UE e la crisi del riciclo

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Green green green! Non sembra anche a voi che suoni come un campanello d’allarme? E, infatti, l’ossessione per il green che pervade l’UE ha già generato non pochi problemi. Ad esempio, il settore del riciclo in Italia e in Europa sta attraversando un periodo di profonda crisi – in particolare per quanto riguarda la plastica – che minaccia di compromettere gli ambiziosi obiettivi di economia circolare dell’Unione. Nonostante l’Italia sia spesso un’eccellenza in termini di volumi di riciclo per alcuni materiali come carta e cartone, le aziende si trovano ad affrontare sfide economiche e normative crescenti che ne mortificano il business.

La crisi è multifattoriale, con i seguenti elementi chiave che destabilizzano il mercato:

  • il fattore più impattante è la discesa del prezzo dei polimeri vergini – ovvero la plastica di nuova produzione – in parte dovuta alle importazioni a basso costo, specialmente dall’Asia. Questo rende il materiale riciclato molto meno competitivo. Ad esempio, il PET riciclato può costare fino a 1.400-1.500 euro a tonnellata, contro gli 800-900 euro di quello vergine europeo e i 500 euro di quello vergine asiatico. Questa forbice economica, guarda un po’, spinge i produttori a preferire la plastica vergine;
  • per conseguenza, l’aumento significativo delle importazioni di materiali a basso costo da Paesi extra-UE (come India, Cina e Turchia) sta saturando il mercato europeo e strappando fette importanti a chi si occupa di riciclo nel vecchio continente che, ancora una volta, fatica a competere sui prezzi. L’associazione dei riciclatori europei della plastica (PRE) ha lanciato un allarme, sottolineando il rischio di chiusure di aziende se non verranno introdotte misure di controllo e restrizioni sulle importazioni che non rispettano gli standard di sostenibilità e sicurezza UE;
  • l’esito è scontato: le aziende del riciclo, soprattutto nel settore della plastica, hanno registrato cali drastici. Solo in Italia, l’associazione Assorimap ha segnalato che dal 2022 le imprese di riciclo plastica hanno perso circa il 30% del fatturato. Si teme che, entro la fine di quest’anno, si rischi una riduzione di quasi un milione di tonnellate nella produzione;
  • e, sebbene l’Italia sia al vertice in Europa per il riciclo di carta e cartone, la burocrazia eccessiva, la complessità normativa e le difficoltà nel rilascio delle autorizzazioni rimangono un peso significativo sulle imprese, limitando la loro competitività e la capacità di rispondere alle esigenze di un mercato in evoluzione.

Quali sono per l’Europa le conseguenze dell’incidenza di questi fattori?
Se non affrontata, la crisi può avere ripercussioni gravi sugli obiettivi di sostenibilità. Infatti:

  • la riduzione della capacità di riciclo mette a repentaglio l’impegno dell’Unione verso una vera economia circolare della plastica e, diamolo per scontato, minaccia di compromettere gli autoimposti obiettivi climatici europei;
  • il settore dà lavoro a decine di migliaia di persone (oltre 30.000 solo per il riciclo plastica in Europa) e le chiusure aziendali comporterebbero una significativa perdita di “posti di lavoro verdi”;
  • nonostante l’UE promuova direttive ambiziose (come quella sull’ecodesign e i futuri obblighi di contenuto minimo di materia riciclata), il mancato supporto economico e normativo diretto al settore del riciclo vanifica gli sforzi. L’UE stessa è in ritardo su diversi obiettivi di sviluppo sostenibile.

Ma, allora, quali potrebbero essere le possibili soluzioni a questa crisi?
Per uscire dall’attuale stallo, sono necessari interventi urgenti a livello nazionale ed europeo. In particolare:

  • è fondamentale riconoscere il riciclo come un settore strategico e implementare misure che restituiscano marginalità economica alle imprese. Questo include l’introduzione di un valore ambientale per l’attività di riciclo e l’applicazione di efficaci misure di difesa commerciale contro le importazioni sleali;
  • le future normative UE dovrebbero prevedere obblighi vincolanti e crescenti di contenuto minimo di materiale riciclato per tutti i prodotti immessi sul mercato, così da sostenere la domanda interna;
  • per l’Italia specificamente, è cruciale snellire le procedure e la burocrazia per facilitare il rilascio delle autorizzazioni e migliorare il regime di libera concorrenza.

In definitiva e come sempre, il futuro dell’economia circolare in Europa e la sua indipendenza dalle risorse dipendono dalla capacità dei decisori politici di trasformare questa crisi in un’opportunità di rilancio e di tutela per le industrie del riciclo.

Per approfondire:

su La Verità del 25 ottobre 2025 “I campioni dell’economia circolare travolti dalla transizione green” di Giuliano Zulin.

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