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Perché un virus ci spaventa e la fame no?
Mentre scrivo queste righe, le testate giornalistiche internazionali sono tornate in stato di allerta. L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) e l’ECDC stanno monitorando con estrema attenzione un focolaio di Hantavirus (variante Andes) scoppiato a bordo della nave da crociera MV Hondius nel Sud Atlantico. Con diversi decessi confermati e passeggeri rimpatriati in biocontenimento verso Europa e Stati Uniti, la parola “quarantena” è tornata a dominare il discorso pubblico.
Il mondo si è di nuovo riscoperto fragile. Abbiamo imparato a temere ogni nuova variante, a monitorare i bollettini medici e a sperare nell’efficacia dei protocolli sanitari. Abbiamo dimostrato che, quando sentiamo minacciata la nostra salute, siamo capaci di mobilitare risorse immense in poche ore.
Eppure, esiste una “pandemia” silenziosa che devasta il pianeta da decenni, ma che non sembra meritare lo stesso stato di emergenza.
Il “virus” della fame e il vaccino dimenticato
Mentre l’Hantavirus cattura i titoli dei giornali per una manciata di casi, esiste una realtà statistica brutale: la fame uccide circa 7.000 bambini ogni giorno. Se questi decessi avvenissero a causa di un virus sconosciuto in una capitale europea, avremmo già dichiarato lo stato di guerra globale.
La differenza? Per la fame il vaccino esiste già: si chiama cibo.
Non dobbiamo isolarlo in laboratorio. Sappiamo come produrlo, ne produciamo in eccesso, ma lo sprechiamo o lo rendiamo inaccessibile per logiche di profitto. La fame non è un virus incurabile, è una carenza di volontà politica.
Priorità distorte: investire nella morte anziché nella vita
Il paradosso diventa grottesco se guardiamo dove vengono indirizzate le risorse globali. Mentre le organizzazioni umanitarie faticano a reperire fondi per combattere la malnutrizione, i bilanci statali per gli armamenti continuano a crescere.
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L’industria bellica non conosce crisi – Negli ultimi anni, la spesa militare mondiale ha superato i 2.000 miliardi di dollari.
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Armi vs Pane Il costo di un singolo sistema missilistico o di un caccia di ultima generazione potrebbe sfamare intere nazioni per anni.
Finanziamo le guerre che distruggono i campi e le catene di approvvigionamento, causando la fame, e poi spendiamo miliardi per proteggerci dai virus che quelle stesse condizioni di povertà e degrado ambientale contribuiscono a generare.
“Mentre l’allerta Hantavirus ci ricorda la nostra vulnerabilità biologica, la fame quotidiana ci ricorda il nostro fallimento morale.”
La Paura che ci rende ciechi
Perché l’allerta su un virus isolato su una nave ci spaventa più della fame cronica? Perché il virus è percepito come “democratico”: può colpire chiunque, indipendentemente dal reddito. La fame, invece, colpisce i “dimenticati”, chi vive ai margini della nostra vista.
Questa distanza ha creato una barriera di indifferenza. Abbiamo accettato la fame come un rumore di fondo, una statistica inevitabile. Ma non c’è nulla di inevitabile nel vedere un bambino morire di inedia nel 2026, in un mondo che vanta tecnologie capaci di mappare un genoma virale in pochi giorni.
Un nuovo concetto di sicurezza
Dobbiamo smettere di pensare alla “sicurezza” solo come protezione dai microrganismi o dai nemici oltre confine. La vera sicurezza globale inizia quando ogni essere umano ha accesso alla risorsa più elementare: il nutrimento.
Se siamo capaci di attivare protocolli internazionali per contenere un focolaio di Hantavirus su una nave, non abbiamo più scuse. Il problema non è la mancanza di risorse, ma la scelta di dove usarle. È ora di pretendere che la lotta alla fame diventi un’emergenza assoluta.
Perché morire di fame in un mondo pieno di cibo non è una sfortuna: è un crimine silenzioso di cui siamo tutti, in parte, spettatori.
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