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L’Intelligenza Artificiale ha sete

🎧 Ascolta l’articolo ▶️ (durata 4’43” con la voce di Emma)

Quando pensiamo all’Intelligenza Artificiale, la nostra mente evoca immagini immateriali: righe di codice, reti neurali astratte, risposte istantanee che fluttuano nel cloud. Eppure, questa tecnologia apparentemente eterea ha un corpo fisico massiccio e, soprattutto, ha una sete insaziabile!

Mentre il dibattito pubblico si concentra spesso sulle emissioni di carbonio e sul consumo energetico dell’IA, l’impatto idrico sta emergendo come una delle sfide ecologiche più urgenti del nostro tempo. Per comprenderlo, dobbiamo guardare dentro i data center, quelle gigantesche “fabbriche” che ospitano i server su cui vengono addestrati ed eseguiti i modelli di IA.

I chip di ultima generazione (come le GPU utilizzate per l’addestramento dei modelli) lavorano a ritmi frenetici e generano quantità enormi di calore. Perciò, per evitare che i server si surriscaldino ed entrino in blocco, i data center utilizzano sistemi di raffreddamento e – indovinate un po’ – il metodo più economico ed efficace è il raffreddamento evaporativo. Il processo è semplice: l’acqua viene fatta evaporare per raffreddare l’aria circostante, consumando fisicamente l’acqua, che viene rilasciata in atmosfera sotto forma di vapore invece di tornare nella rete idrica locale.

Ciò detto c’è però un “ma”, e il “ma” è che circa l’80% dell’impronta idrica di un data center è in realtà indiretta. Indiretta, avete capito bene. Le centrali termoelettriche o nucleari che producono l’immensa quantità di energia elettrica necessaria a far girare l’IA consumano a loro volta miliardi di litri d’acqua per i propri processi di condensazione e generazione.

A tal proposito, i dati emersi da recenti analisi, tra cui un report delle Nazioni Unite, mostrano proiezioni impressionanti:

  • una singola sessione di chat con un’IA (circa 10-50 query) può arrivare a consumare, calcolando l’intera filiera energetica e di raffreddamento, fino a mezzo litro d’acqua (l’equivalente di una bottiglietta);
  • facendo gli opportuni calcoli, entro il 2030, si stima che il consumo globale di acqua legato ai data center e all’IA possa raggiungere i 9,3 trilioni di litri d’acqua, una quantità pari al fabbisogno domestico annuale di 1,3 miliardi di persone!
  • Nel percorso verso i rispettivi obiettivi di sostenibilità, colossi come Microsoft, Google e Meta si scontrano con picchi di prelievo idrico locale che mettono sotto pressione intere comunità, specialmente in aree già colpite da siccità (come accaduto in passato per alcuni progetti in Uruguay o in Messico).

Se questo è il lato A della medaglia, sul lato B ci sottomettono il potenziale straordinario che l’IA possiede per ottimizzarne la gestione globale delle risorse idriche. In che modo? Ad esempio:

  • algoritmi predittivi analizzano l’umidità del suolo e i dati meteorologici per irrigare i campi solo quando e dove necessario, risparmiando miliardi di litri d’acqua dolce;
  • le reti idriche urbane perdono spesso tra il 20% e il 40% dell’acqua potabile prima che arrivi ai rubinetti e l’IA, abbinata a sensori acustici e di pressione, è in grado di localizzare micro-perdite sotterranee in tempo reale;
  • i sistemi di machine learning vengono utilizzati per rendere più efficienti i processi di desalinizzazione e il trattamento delle acque reflue.

La via d’uscita da questo paradosso, ovvero un’IA idro-sostenibile, richiederebbe un impegno congiunto da parte di governi, aziende tecnologiche e utenti perché:

  • è fondamentale che le aziende localizzino i data center in regioni con climi freddi o fonti energetiche a bassissimo impatto idrico (come l’eolico e il fotovoltaico);
  • sarebbe opportuno transitare verso tecnologie che non consumano acqua, come il raffreddamento a liquido a circuito chiuso (dove il fluido refrigerante circola senza evaporare) o sistemi ad aria condizionata avanzati;
  • e, proprio come spegniamo le luci per risparmiare energia, comprendere che anche l’interazione digitale ha un costo fisico. Questo ci aiuterebbe a usare questi potenti strumenti in modo più mirato e responsabile.

In pratica, il futuro della risorsa più antica e vitale del pianeta è stretta saldamente tra i due lati di una medaglia. O, almeno, questa è la direzione che il nostro futuro tecnologico sembra voglia far prendere all’acqua.

 

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