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Nel 1895, Gustave Le Bon pubblicava il suo La psicologia delle folle, nel quale, partendo dalle sue osservazioni spiegava che l’individuo, una volta immerso nella folla, smarrisce la propria razionalitĂ per regredire a uno stato primitivo e impulsivo. Oggi, a distanza di oltre un secolo, le analisi di Zygmunt Bauman sulla “modernitĂ liquida” ci costringono a rileggere quelle teorie sotto una luce nuova: la folla, che prima manifestava se stessa nelle piazze, oggi non ne ha piĂą bisogno, e l’agire tumultuoso che la caratterizzava (o poteva caratterizzarla) non richiede piĂą un’esplosione di fervore irrazionale. Oggi, la folla è dispersa in un ecosistema virtuale ed è piĂą rabbiosa che mai. Il che sembrerebbe un paradosso e, purtuttavia, non lo è, poichĂ© la tecnologia rende possibile l’esistenza di un’entitĂ che nell’800 non era contemplabile: la folla liquida. Ma vediamo di confrontare meglio i due punti di vista.
Per Le Bon, il pilastro fondamentale della psicologia delle folle era l’anonimato. Nella massa, come sappiamo, l’uomo perde il senso di responsabilitĂ perchĂ© si sente invincibile e protetto dal numero; detto diversamente: la responsabilitĂ si distribuisce, pesa meno a livello individuale e, in definitiva, vale meno. In questo stato, i sentimenti si contagiano viralmente, e l’individuo compie atti che, da solo, non avrebbe mai osato immaginare.
Bauman, analizzando la nostra era digitale nella quale le piazze dell’800 sono diventate comode proiezioni virtuali, introduce un concetto parallelo ma piĂą sottile: l’adiaforizzazione, ovvero la tendenza cinica a sollevare da ogni giudizio morale le proprie azioni e le proprie parole.
Se per Le Bon il male nasceva da un eccesso di calore emotivo, l’impeto o la cosiddetta folla che si infiamma, per Bauman nasce da un eccesso di freddezza, da un distacco emotivo, da una non percezione di prossimità (che è poi lo stesso fenomeno che lega la manifesta indifferenza o la distanza psicologica per le conseguenze di un attacco militare se compiuto da remoto).
Sui social media, l’altro non è piĂą una persona in carne e ossa, ma un’immagine, un profilo, un dato statistico. Questa distanza “rende il male amministrabile”, tollerabile, giustificabile, non moralmente rilevante. Non c’è bisogno di una trasformazione psicologica profonda per ferire qualcuno via web; basta un commento frettoloso, un giudizio superficiale scritto tra un caffè e l’altro, basta l’indifferenza. Il male diventa una procedura normale, priva di risonanza etica. Tale “normalizzazione” accade perchĂ©, se si parte dal presupposto che il male, l’offesa, la cattiveria sia giustificata dal trovarsi dalla parte “giusta”, allora non è male, non è offesa, non è cattiveria.
Un altro pilastro di Le Bon riguarda il prestigio del capo o carisma del leader. Le folle, considerate per definizione incapaci di ragionamento logico, hanno bisogno di un leader carismatico che le guidi ipnotizzandole attraverso affermazioni brevi, ripetute e contagiose, quelle che generalmente chiamiamo slogan.
Nella visione di Bauman applicata ai social, il “leader” è stato sostituito da un meccanismo piĂą invisibile: l’inondazione di informazioni e la parallela spettacolarizzazione del contenuto. La cattiveria non è piĂą necessariamente orchestrata da quello che in passato avremmo definito un dittatore, piuttosto può essere influenzata – manipolata – da un influencer o da un testimonial. Ma, a volte, non è nemmeno indispensabile questo, perchĂ© viene alimentata dalla ricerca di intrattenimento. La sofferenza altrui diventa un contenuto da consumare, e la “normalizzazione della crudeltĂ ” avviene attraverso la convinzione di essere nel giusto – come detto -, di partecipare a un rito collettivo di approvazione o condanna che ricalca, in modo digitale, il contagio emotivo descritto da Le Bon.
E qui emerge la constatazione piĂą inquietante di tutte; mentre la folla di Le Bon è un’entitĂ provvisoria che si scioglie dopo il tumulto, la “folla liquida” di Bauman è permanente e onnipresente, indistinta, non disperdibile, oscura e, perciò stesso, ancora piĂą spietata e subdola. La conseguenza è che la sottomissione della folla non è piĂą a un ideale religioso o politico estremo per interposto leader, ma a un sistema algoritmo che priva i gesti del loro peso morale e, nel farlo, alimenta la medesima manipolazione emotiva che li ha indotti.
Dunque, se Le Bon ci mette in guardia contro l’irrazionalitĂ delle folle che gridano, Bauman ci avverte del pericolo opposto: il silenzio assordante dell’indifferenza. Il male contemporaneo non ha piĂą il volto del fanatico che distrugge, ma quello della “persona comune” che, convinta di agire con normalitĂ , contribuisce a un sistema di cattiveria diffusa senza nemmeno accorgersene.
La domanda, a questo punto, è: possiamo invertire la rotta? Be’, l’utilizzo massiccio dei social è già di per se stessa una risposta non confortante. Per invertire davvero la rotta sarebbero necessarie tre cose importanti:
- recuperare la nostra razionalitĂ individuale;
- ricostruire quella sensibilitĂ morale che la distanza dello schermo rischia di cancellare definitivamente;
- trascorrere piĂą tempo lontano dai social e non utilizzarli come arma individuale o per attacchi ad personam.
In definitiva, però, dovrebbero essere le agenzie formative a prendersi in carico tale consapevolizzazione e tale cambiamento di atteggiamento nei confronti dei social, perché la rotta va invertita a partire certamente dai giovani che sono coloro che gli adulti cercano di imitare.














