🎧 Ascolta l’articolo ▶️ (durata 5’21” con la voce di Ingrid)
Se l’arte è da sempre considerata un ponte verso il trascendente, un esercizio di bellezza capace di scuotere l’anima e risvegliare l’intelletto, volta alla contemplazione e all’espressione della forma armonica, oggi – con una frequenza oramai disarmante – pare avere come obiettivo la reazione viscerale, lo shock o la messa in scena del degrado. Il significato (spesso autoreferenziale) di questi prodotti – chĂ© opere d’arte non li si può chiamare – divora la bellezza, lasciando lo spettatore davanti a un vuoto formale o a una sgradevolezza ostentata. Così capita che, osservando le sale dei grandi musei contemporanei o le piazze delle nostre metropoli, la sensazione sia spesso un senso di svuotamento sistematico. Non si tratta solo di un cambio di stile, ma di una progressiva rinuncia alla forma e al significato, finalizzata – consciamente o meno – a un appiattimento dello spirito critico e sensibile delle masse.
L’arte figurativa, per secoli, ha celebrato l’essere umano e la natura, offrendo uno specchio in cui riconoscersi e migliorarsi. La svalutazione della mimesi (l’imitazione della realtĂ ) non ha portato solo a nuove libertĂ espressive o esibite come tali, ma ha aperto la porta a un’estetica dell’assurdo e del deforme. Cosa caratterizza questa deformitĂ ?
- La scomposizione dell’armonia – Dove un tempo cercavamo proporzione e luce, oggi troviamo spesso caos visivo o minimalismo sterile.
- L’elogio del brutto – Il brutto non è piĂą usato come contrasto per evidenziare il bene, ma diventa fine a se stesso, celebrato come l’unica veritĂ possibile.
- La perdita della tecnica – Il “chiunque può farlo” ha sostituito il genio della maestria, declassando l’opera d’arte a semplice oggetto di marketing, se va bene. Capita spesso ormai che l’opera è definita arte perchĂ© inserita in un contesto artistico, se non fosse inserita in quel contesto sarebbe letteralmente scarto, inconsistenza, vuoto, spazzatura.
PerchĂ© questo processo dovrebbe essere considerato un atto di “abbruttimento”? La risposta risiede nel potere psicologico dell’immagine. Un’arte che non comunica nulla se non il vuoto, o che aggredisce i sensi con la sgradevolezza, produce un effetto di anestesia culturale. In sostanza, lo svuotamento è giĂ di per sĂ© strumento di controllo. Quali ne sono, allora, le conseguenze?
- Il disorientamento cognitivo – Davanti a un’opera priva di canoni, lo spettatore medio si sente inadeguato o confuso. Questo senso di inferioritĂ intellettuale spinge alla passivitĂ .
- L’abitudine al degrado – Circondare le masse di architetture brutali e installazioni prive di senso educa l’occhio a non pretendere piĂą la bellezza. Chi non conosce il bello è piĂą facile da accontentare con il mediocre.
- L’Arte come rumore di fondo – L’arte svuotata diventa arredamento o provocazione fine a se stessa, perdendo la sua funzione di “scintilla” per il cambiamento sociale o spirituale.
Se l’arte figurativa viene privata della sua capacitĂ di narrare l’eroico, il sacro o semplicemente l’umano, ciò che resta è un feticcio commerciale. Le masse, nutrite da un’estetica che non nutre, finiscono per introiettare questa vacuitĂ . Il risultato è una societĂ che fatica a distinguere il valore dal prezzo e l’emozione dal riflesso condizionato. Questa è, in definitiva, un’eclissi della sensibilitĂ .
Riconoscere lo svuotamento dell’arte non significa essere “passatisti”, ma rivendicare il diritto alla bellezza come necessitĂ biologica e civile. Opporsi all’abbruttimento significa tornare a pretendere che l’arte sia un esercizio di veritĂ e di forma, un antidoto al vuoto che avanza sotto le mentite spoglie della modernitĂ a tutti i costi. Solo riappropriandoci dello sguardo possiamo sperare di non diventare, noi stessi, parte di quella massa grigia e indistinta a cui il mercato dell’arte sembra destinato.
Pensiamo a sedicenti opere come Piss Christ di Andres Serrano che fotografa un crocefisso immerso in urina, tutta la produzione provocatoria di Marina Abramovic che, in versione cristica, mette in scena la morte, My bed di Tracey Emin che spaccia per arte un letto sfatto e sporco, lo squalo tigre sotto formaldeide di Damien Hirst, la notissima Merda d’artista di Piero Manzoni o, ancora, la banana nastrata ad un muro di Maurizio Cattelan. Queste opere, proposte al pubblico con un ipotetico intento critico intellettuale, contribuiscono a un panorama visivo dove il “brutto” e l’insensato diventano la norma. Quando la massa viene nutrita costantemente da immagini di decomposizione, scarti o vuoto concettuale, la sua capacitĂ di riconoscere e desiderare l’armonia si atrofizza.
Vi invitiamo a riflettere su questa deriva e a farci sapere la vostra opinione; mentre, per una discussione approfondita sul tema dello svuotamento nell’arte, vi consigliamo la visione dell’intervista condotta da Francesco Toscano all’artista Alberto Melari su VisioneTV: https://www.youtube.com/watch?v=HOS2IqwkL6Y .














