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Le parole che non leggemmo: come la mancata traduzione è servita ai regimi per controllare le masse

🎧 Ascolta l’articolo ▶️ (durata 6’37” con la voce di Emma)

Ci immergeremo ora in un breve flashback storico ma, mentre leggete o ascoltate quello che descriveremo, tenete sempre un occhio sul presente perché le strategie efficaci non si perdono nel tempo, piuttosto si rinnovano per adattarsi ai tempi e quello che una volta era taglio oggi potrebbe essere eccesso d’informazioni (le cosiddette “inondazioni”) oppure controllo algoritmico (ovvero: non ti taglio, semplicemente non ti rendo trovabile). E voi direte: «Lo sappiamo, eccome». Sì, avete ragione, lo sappiamo; cionondimeno, esiste ancora qualcuno che potrebbe considerare questi dati di fatto come complottismo.

Dunque, partiamo così: quando pensiamo alla censura di regime, la mente corre subito a immagini forti, come i roghi di libri nelle piazze della Germania nazista, le forbici dei censori che tagliano le pellicole, o le liste di proscrizione delle opere proibite. Esiste, tuttavia, una forma di controllo sociale molto più sottile, silenziosa e spaventosamente efficace: è la censura per omissione, ovvero l’atto deliberato di non tradurre un libro o un film.

Se un’opera non viene tradotta nella lingua di un popolo, per la stragrande maggioranza di quel popolo quell’opera semplicemente non esiste.

Impedendo la traduzione, i governi autoritari non hanno avuto bisogno di sequestrare volumi dalle librerie, evitando il clamore pubblico; è bastato erigere una barriera linguistica per isolare culturalmente intere nazioni e mantenere il controllo sul pensiero collettivo.

Durante il ventennio fascista in Italia, il controllo della cultura passava attraverso la difesa della purezza dell’idioma italico. Il regime non si limitò a italianizzare forzatamente i termini stranieri – sandwich, ad esempio, divenne “tramezzino”, cocktail divenne “bevanda arlecchina” -, ma applicò un severo filtro alle traduzioni di romanzi contemporanei, in particolare quelli americani.

Autori come Ernest Hemingway, William Faulkner o John Steinbeck rappresentavano una minaccia formidabile. Le loro storie parlavano di libertà individuale, di crisi economiche (come la Grande Depressione descritta in Furore) e di una realtà sociale che contrastava violentemente con la narrazione idilliaca, rurale e corporativa promossa dal Duce. Non tradurre o ritardare massicciamente la traduzione di questi testi serviva a evitare che gli italiani scoprissero modelli di vita alternativi e, soprattutto, che sviluppassero uno spirito critico verso le difficoltà economiche interne. Solo grazie allo sforzo clandestino di intellettuali come Elio Vittorini e Cesare Pavese, l’antologia americana riuscì in parte a violare quel blocco, portando una ventata di aria fresca in un’Italia culturalmente asfissiata.

Dall’altro lato della cortina di ferro, l’Unione Sovietica e i suoi paesi satelliti elevarono la mancata traduzione a vera e propria scienza di Stato. Il Goskomizdat (il Comitato statale per l’editoria) decideva quali libri stranieri potessero essere tradotti. Se un romanzo conteneva elementi di individualismo, dubbi sul sistema economico socialista o banalmente descriveva un benessere materiale diffuso in Occidente, veniva semplicemente escluso dai piani di traduzione. Il motivo era ovvio: evitare che la popolazione trovasse tra le pagine uno specchio fedele delle proprie privazioni e dei metodi oppressivi del regime. Per inciso diciamo che, oggi, ahinoi, nonostante traduzioni e diffusione, certi messaggi proprio non passano e rimangono confinati alle pagine bianche di libri letti con scarso spirito critico. Tornando al passato, chi voleva leggere libri “scomodi” doveva affidarsi al Samizdat, la rete clandestina di copie dattiloscritte e tradotte a mano in condizioni di assoluto pericolo.

Cosa ci insegna questo? Ci insegna che un libro bruciato crea un martire e attira l’attenzione sul suo messaggio; invece un libro mai tradotto priva il cittadino persino dello strumento concettuale per immaginare un’alternativa.

Ma, se la traduzione scritta è un filtro, il doppiaggio cinematografico è stato per lungo tempo uno strumento di riscrittura politica.

In Spagna, durante la dittatura di Francisco Franco, la censura cinematografica utilizzò il mancato adattamento fedele (una forma parziale ma efficacissima di non-traduzione) per proteggere la morale cattolica e l’ordine costituito.

Un caso emblematico fu il film Mogambo, prodotto nel 1953. Nella versione originale, i personaggi interpretati da Ava Gardner e Donald Sinden erano marito e moglie, e il personaggio di Clark Gable si inseriva in un triangolo amoroso extraconiugale. Per evitare lo scandalo dell’adulterio, la censura spagnola decise di non tradurre fedelmente i dialoghi, trasformando i due coniugi in fratello e sorella nel doppiaggio locale. Il risultato fu paradossale! Per il pubblico spagnolo il film parlava di un incesto, giudicato evidentemente meno pericoloso, per la stabilità sociale dell’epoca, rispetto all’infedeltà coniugale.

Nel cinema contemporaneo, la Cina applica una strategia simile: molti film hollywoodiani non ottengono la licenza per essere tradotti o distribuiti se contengono anche solo accenni a tematiche democratiche, critiche ai regimi autoritari o rappresentazioni di minoranze che Pechino considera divisive per l’armonia sociale del Paese.

Oggi, nell’era di Internet, la mancata traduzione formale potrebbe sembrare un’arma spuntata di fronte ai traduttori automatici e alla pirateria digitale. Eppure, governi come quello della Corea del Nord, che utilizzano sistemi di filtraggio del traffico web, dimostrano che isolare linguisticamente e digitalmente una popolazione rimane la via più breve per mantenerla sottomessa.

In conclusione di questa breve analisi, ricordiamoci sempre Ludwing Wittgenstein: I limiti del mio linguaggio sono i limiti del mio mondo; ovvero la lingua è la mappa con cui interpretiamo il mondo. Perciò decidere quali parti di quella mappa non debbano essere tradotte significa, a tutti gli effetti, impedire a un popolo di viaggiare con la mente al di là dei confini stabiliti dal potere.

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