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Dove tutti pensano allo stesso modo, nessuno pensa molto.
Walter Lippmann in “The Stakes of Diplomacy” 1915
La censura non è mai una cancellazione o un oscuramento è, piuttosto, un esercizio d’ingegneria sociale, ovvero uno strumento di potere, perché chi controlla il flusso delle informazioni controlla la percezione della realtà e, di conseguenza, il perimetro del dissenso possibile.
Volendo tracciare un quadro storico, la “censura” come istituzione nacque formalmente nell’antica Roma e, piĂą precisamente, nel 443 a.C. quando venne istituita la Magistratura dei Censori che aveva, inizialmente, il compito di occuparsi del censimento dei cittadini – il censo appunto -, ma si evolse rapidamente nel controllo della cosiddetta cura morum, ovvero la sorveglianza della pubblica moralitĂ o dei costumi.
Tuttavia, se guardiamo alla soppressione sistematica delle idee, uno dei primi casi documentati risale alla Cina del 213 a.C., allorquando l’imperatore Qin Shi Huang ordinò il “Rogo dei libri e la sepoltura dei dotti” con l’obiettivo di eliminare i testi confuciani e le correnti filosofiche considerate pericolose per l’ideologia imperiale. Allora, dunque, furono i roghi – nella storia, a piĂą riprese, riproposti -, ma l’evoluzione della censura segue di pari passo l’evoluzione dei mezzi di comunicazione e, ovviamente, piĂą diventa facile diffondere idee, piĂą sofisticati diventano i metodi per bloccarle.
Oggi, nell’era digitale, il pensiero pericoloso è soggetto a shadowbanning grazie all’utilizzo degli algoritmi; in sostanza, la censura diventa invisibile perché non si cancella il contenuto ma lo si rende introvabile o attraverso l’isolamento di contenuti sgraditi dall’ecosistema digitale nazionale, come accade in Cina, o – ancora più subdolo – inondando il web di fake news o contenuti distraenti che creano “rumore” e, dunque, mascherano il contenuto e il suo accesso.
In Occidente, è ormai frequente anche un’auto-omeostasi, per così dire, generata dal timore del “linciaggio sociale”, anche noto come cancel culture, o delle ripercussioni professionali. Sia l’una che l’altra cosa spingono spesso gli individui ad un’autocensura, ovvero a tacere preventivamente; un fenomeno che molti sociologi considerano la forma più efficace di controllo sociale.
Ma, anche quando ciò non accade, la censura si abbatte comunque come una mannaia sui resistenti; ne abbiamo fatto più volte spese noi di DSP Sardegna quando ci siamo visti negare la possibilità di organizzare serenamente degli eventi culturali e ne ha recentemente fatto le spese la sezione pistoiese di DSP che ha dovuto annullare l’evento di presentazione del libro di Antonello Cresti “Cultura sovranista”.
Scrive, a tal proposito, lo stesso autore: «L’incontro … aveva un titolo semplice: “Chi ha paura del sovranismo?” La risposta, a questo punto, è altrettanto semplice: chi ne impedisce la discussione.»
Il pensiero è talmente cristallino che ogni ulteriore commento appare superfluo e DSP Sardegna manifesta solidarietà alla sezione pistoiese e all’autore.















