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Chissà se vi siete mai chiesti cosa sancisce la possibilità che un qualcosa che connota il nostro quotidiano prenda la strada dello sviluppo, della crescita e dell’evoluzione oppure quella del declino, della morte, dell’oblio o di un’esistenza limitata e selettiva? Noi ce lo siamo chiesti e ci siamo anche dati una risposta: l’abitudine orienta all’espansione, la desuetudine (o disuso che dir lo si voglia) fa scivolare verso l’inconsistenza e la dimenticanza.
Detto ciò, entriamo nel merito dell’argomento che vi proponiamo quest’oggi. Esiste un’immagine romantica e rassicurante della lingua italiana: quella di un idioma eterno, protetto dal prestigio di Dante e dalla bellezza del melodramma. Eppure, negli ultimi anni, il dibattito accademico ha assunto toni decisamente più cupi. L’ipotesi che l’italiano possa, sul lungo periodo, trasformarsi in una lingua morta – o meglio, in una lingua “fossile”, confinata alla letteratura e svuotata della sua vitalità quotidiana – non è più una provocazione per pochi eletti, prova ne sia il fatto che l’Accademia della Crusca, massima autorità linguistica in Italia, ha sollevato più volte la questione. La preoccupazione non riguarda tanto l’estinzione fisica dei parlanti quanto, piuttosto, un processo che potremmo definire di “destandardizzazione” e progressiva erosione funzionale della lingua.
Secondo i linguisti della Crusca, tra cui il presidente Paolo D’Achille, il rischio è che l’italiano perda la sua capacità di descrivere la modernità. E ciò per un motivo tanto semplice quanto insidioso: se per la scienza, l’economia e la tecnologia si rinuncia a creare neologismi italiani, preferendo il prestito integrale dall’inglese, la nostra lingua smette di essere un organismo vivo che evolve con la società. Il pericolo è quello di un ritorno ad un italiano parlato solo in ambiti domestici e informali, mentre le decisioni importanti e il progresso avvengono in un’altra lingua (l’inglese appunto), rendendo l’italiano, di fatto, un dialetto di lusso.
Le ragioni di questo declino sono molteplici e interconnesse:
- l’anglomania pervasiva – Non si tratta solo di usare computer o email, ma dell’adozione di termini inglesi anche quando esistono perfetti equivalenti italiani (si pensi a meeting per riunione, o a skills per abilità). Questi prestiti continui svuotano il nostro lessico nativo rendendolo meno funzionale e, perciò stesso, ne rendono l’utilizzo meno automatico;
- la rinuncia accademica – Sempre più corsi universitari e pubblicazioni scientifiche in Italia vengono erogati esclusivamente in inglese. Va da sé che, se l’alta cultura smette di usare l’italiano, la lingua perde la sua capacità di astrazione e precisione tecnica;
- la preferenza aziendale per il globish – Nelle multinazionali è frequente l’utilizzo di un inglese semplificato nella comunicazione lavorativa e sociale. Questo amplifica l’idea di una grammatica italiana fin troppo complessa;
- perdita di creatività – Una lingua è viva finché inventa e, ahinoi, oggi l’italiano sembra aver perso la capacità di coniare nuove parole, limitandosi a importarle.
Il fenomeno non colpisce solo l’Italia. Molte lingue europee con una forte tradizione nazionale si sentono minacciate dalla globalizzazione linguistica. È il caso del francese che combatte da decenni una battaglia istituzionale – con leggi specifiche come la Legge Toubon – per evitare che l’inglese domini i media e il commercio. O del tedesco che vive una simile pressione, specialmente nel linguaggio aziendale. E, ancora – dettaglio che ci riguarda più da vicino – di lingue più piccole o regionali, come il gaelico, il sardo o il basco, che combattono invece una battaglia per la sopravvivenza stessa dei parlanti attivi, essendo classificate dall’UNESCO come “vulnerabili” o “in pericolo”.
Ovviamente, difendere una lingua non significa chiudersi in un autarchico isolamento, ma promuovere un plurilinguismo consapevole. All’uopo, le strade percorribili sono:
- educare al calco e al neologismo ovvero, invece di importare forestierismi, promuovere l’uso di termini equivalenti o adattati;
- le istituzioni per prime dovrebbero dare l’esempio, evitando l’abuso di anglicismi inutili nei documenti ufficiali e nelle leggi;
- promuovere un sano orgoglio linguistico, recuperando la consapevolezza che l’italiano non è solo la lingua del passato, ma uno strumento capace di esprimere la complessità del presente.
Questa difesa sarebbe un atto dovuto ed imprescindibile poiché, nonostante la sua antica storia letteraria, l’italiano ha impiegato secoli per diventare la lingua ufficiale e quotidiana di tutti i cittadini. E, invero, un traguardo fondamentale è stato raggiunto solo in tempi recenti, dal momento che, sebbene la Costituzione del 1948 lo presupponga, solo la Legge n. 482 del 15 dicembre 1999 ha stabilito esplicitamente, per la prima volta nell’ordinamento repubblicano, che «la lingua ufficiale della Repubblica è l’italiano». E, a dirla tutta, si tratta di una legge ordinaria; diverso sarebbe che l’ufficialità della lingua venisse inserita in Costituzione, acquisendo così un riconoscimento di rango superiore (battaglia, ad onor del vero, ascrivibile a partire dal 2022 al partito di governo Fratelli d’Italia che ha chiesto, più volte, d’integrare l’articolo 12 della Costituzione). In ogni caso, fino al 1999, l’ufficialità dell’italiano era considerata implicita e dopo l’Unità d’Italia – avvenuta, ricordiamolo, nel 1861 – e, soprattutto con l’avvento della televisione negli anni ’50 e ’60 del Novecento, l’italiano è diventato realmente la lingua parlata dalla maggioranza della popolazione, superando la frammentazione dei dialetti. Paradossalmente, proprio ora che abbiamo finalmente raggiunto l’unità linguistica, rischiamo di vederla sgretolarsi sotto i colpi di una globalizzazione non governata. Perciò, ogni volta che ne abbiamo la possibilità, preferiamo l’utilizzo di termini italiani, di sinonimi o traduzioni e, quando non ne conosciamo, sfogliamo con piacere un bel vocabolario. È un’abitudine semplice ma che giova nel contrastare la desuetudine ed il disuso nell’utilizzare la nostra madrelingua.














