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L’AI incarnata come nuova frontiera di business prima che l’umano diventi superfluo

🎧 Ascolta l’articolo ▶️ (durata 5’34” con la voce di Emma)

Recentemente ci è capitato spesso di vedere dei video nei quali robot umanoidi imitano gesti e movenze umani e, nondimeno, siamo rimasti colpiti da un insolito fenomeno che sta prendendo piede soprattutto nelle metropoli americane; fenomeno legato al mercato dell’addestramento dei robot. Se, infatti, fino a pochi anni fa l’intelligenza artificiale imparava dai testi e dalle immagini statiche del web, oggi la nuova frontiera è la Physical AI o AI incarnata. In pratica, per permettere ai robot umanoidi di muoversi agilmente nelle nostre case – ma, occhio, anche nelle nostre imprese e nei nostri punti vendita -, le aziende hanno bisogno di qualcosa che internet non può offrire: video in prima persona di persone comuni che svolgono faccende domestiche reali. Ebbene sì, avete capito bene: ci facciamo spiare, sorvegliare, controllare per agevolare l’impriting robotico. Cosa ne pensate, la prospettiva vi affascina o vi impressiona? Per aiutarvi a rispondere, vi proponiamo un’analisi di questo settore emergente, tra opportunità economiche e dilemmi etici.

  1. Le startup di robotica (come Figure, 1X o Tesla) e i giganti dei dati (come Scale AI e Appen) hanno iniziato a reclutare migliaia di persone disposte a filmarsi mentre cucinano, puliscono o piegano i panni. Non si tratta di video “estetici” da social media; eh no, le aziende cercano riprese egocentriche o, meglio, “egocentrate” ovvero realizzate dalla prospettiva di chi compie l’azione, spesso ottenute tramite smartphone montati sul petto, occhiali smart o dispositivi posizionati sulla fronte. L’obiettivo è mappare la complessa coordinazione occhio-mano necessaria per compiti che noi umani riteniamo banali, come svitare il tappo di un barattolo o separare i bianchi dai colorati in lavanderia.

Secondo recenti report del 2025 e 2026, i compensi per queste riprese variano parecchio in base alla complessità del compito. Filmarsi in compiti semplici come pulire un tavolo o innaffiare le piante può fruttare tra i 10 e i 20 dollari l’ora. Per attività più specializzate come preparare ricette gourmet o assemblare mobili complessi si può arrivare a 150 dollari l’ora. E, addirittura, alcune coppie negli Stati Uniti hanno riferito di aver guadagnato oltre 1.200 dollari vendendo pacchetti di video delle proprie routine domestiche.

  1. Questa nuova economia solleva interrogativi profondi sulla natura del lavoro e della privacy. La nostra casa, appunto l’ultimo baluardo della privacy, diventa un set cinematografico industriale nel quale si mercifica l’intimità. Vendiamo i dati del nostro spazio privato per addestrare macchine che, un giorno, potrebbero sostituire il lavoro domestico o professionale e questo significa che l’essere umano è sì un modello oggi ma da scartare in un futuro prossimo venturo. In questo scenario assai antipatico va sottolineato che le aziende non cercano la “perfezione”; cercano, piuttosto, gli errori, le esitazioni e le interruzioni (come rispondere al telefono mentre si cucina). È proprio questa variabilità che rende un robot capace di gestire gli imprevisti del mondo reale. Inoltre, esiste un concreto problema di asimmetria di valore, ovvero mentre un utente guadagna 50 dollari per un video, quel set di dati contribuisce a creare algoritmi che varranno – molto realisticamente – miliardi. Si tratta di una forma di “estrattivismo digitale” dove il valore a lungo termine rimane saldamente nelle mani delle Big Tech.
  2. L’accumulo di questi database accelererà la diffusione dei robot umanoidi nei servizi e nelle case (un mercato stimato a 70 miliardi di euro entro il 2035). Ma, già entro il 2030, potremmo vedere robot capaci di svuotare la lavastoviglie con la stessa naturalezza di un umano, proprio perché hanno “visto” migliaia di ore di persone reali farlo. E, connotato allarmante, una volta che questi dati entrano nei database aziendali, è quasi impossibile cancellarli poiché diventano parte della struttura stessa del modello IA, sollevando rischi di sicurezza se i modelli dovessero “ricordare” dettagli sensibili degli ambienti domestici dei “donatori”. Osservato tutto ciò, la riflessione davvero sconcertante da svolgere è che le persone vengono pagate oggi per insegnare a un robot come renderle superflue domani in settori come le pulizie industriali o la logistica. Il fatto che siamo talmente incardinati in un contesto nel quale il denaro richiesto per vivere e per accedere al superfluo – che è esattamente ciò che distingue il vivere dal sopravvivere – è sempre maggiore e ciò ci rende disponibili a cedere ogni più intima variabile di noi stessi nell’oggi chiudendo gli occhi su quel che sarà del domani: un po’ come vendere l’anima al Diavolo oggi non curandosi dell’Inferno domani.

Un’ultima riflessione ci pare a tale proposito interessante sebbene la prospettiva sia agghiacciante: che ne sarà del fare l’amore quando, terminato con i compiti routinari, avremo insegnato ai robot umanoidi anche i nostri segreti tra le lenzuola? Davvero siamo disposti a cedere alla macchina tutto di noi stessi senza preoccuparci delle conseguenze?

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