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In un post su Facebook, il già ambasciatore Bruno Scapini ha denunciato il degrado che grava sulla Gallura: «una terra di bellezza esclusiva … svenduta alle multinazionali in nome del crimine e di una falsa transizione ecologica». Le sue parole vanno ben oltre la rabbia retorica: raccontano una dinamica che sta trasformando un’isola ricca di storia, paesaggio e comunità in una sorta di “colonia energetica” per interessi esterni.
La responsabilità del governo e dell’Europa
Dietro l’ideologia della “green economy” si cela un disegno sempre più evidente: politiche nazionali che assecondano le direttive europee, incentivi pubblici che finiscono nelle casse delle grandi società energetiche, condizioni che spingono i piccoli proprietari agricoli a cedere i terreni per sopravvivere. Il governo italiano, spesso succube dei diktat dell’Unione Europea, ha reso l’Italia un terreno di sperimentazione per le lobby del vento, concedendo spazi consistenti di poteri decisionali a società con capitale straniero o con logiche finanziarie, non territoriali.
La complicità dei politici regionali
Non basta puntare il dito verso Bruxelles e Roma. In Sardegna, la classe politica locale — quella che dovrebbe avere come scopo principale la tutela degli interessi dei sardi — appare spesso complice della speculazione. Tra accordi poco trasparenti e approvazioni “in fretta e furia”, molti politici regionali hanno scelto il favore delle imprese energetiche piuttosto che mettere in atto una strategia consapevole di sviluppo sostenibile e rispettoso.
Questa complicità si traduce in decisioni che ignorano gli impatti ambientali, sociali, paesaggistici e culturali: in nome di un “progresso accelerato”, si sacrificano la biodiversità, la memoria del territorio e le tradizioni agricole.
Dati ufficiali che confermano l’emergenza
Per chi vuole parlare seriamente di “transizione ecologica”, è indispensabile confrontarsi con i numeri reali — e spesso inquietanti — del settore energetico in Sardegna.
Richieste di nuovi impianti: numeri fuori controllo
- Alla Sardegna sono state presentate 809 richieste di allaccio alla rete elettrica per impianti da fonti rinnovabili (eolico + fotovoltaico). Se tutte fossero realizzate, genererebbero 57,67 GW di potenza. (L’Unione Sarda.it)
- Di queste richieste, 254 riguardano impianti eolici on-shore, con un potenziale di 19,99 GW. (L’Unione Sarda.it)
- 31 pratiche relative a pale eoliche offshore sono presentate con un potenziale stimato di 17,82 GW. (L’Unione Sarda.it)
- Le richieste per il fotovoltaico (524 pratiche) porterebbero a 22,99 GW di potenza installata. (L’Unione Sarda.it)
- Complessivamente, queste pratiche coprirebbero un’area equivalente a 86.212 campi di calcio se convertite in pannelli fotovoltaici. (L’Unione Sarda.it)
Questi numeri non sono previsioni isolate, ma dati ricavati dal portale Terna e da dossier sull’energia in Sardegna. (L’Unione Sarda.it)
Potenza attuale e impianti già realizzati
- Attualmente in Sardegna risultano 605 impianti eolici per una potenza di 1.111 MW, e 42.694 impianti solari, per 1.005 MW. In totale, la capacità installata da fonti rinnovabili è circa 2 GW. (Cipnes | Impresa e sviluppo in gallura)
- La Sardegna è la quinta regione italiana per potenza eolica installata, con 1.186 MW a fine 2023. (QualEnergia.it)
- Alla fine del 2022, si registravano circa 612 impianti industriali eolici sull’isola. (Comune Info)
- I dati della Regione stimano che il totale degli impianti attivi (eolico + fotovoltaico) sia nell’ordine di 1.926 MW complessivi: 1.054 MW da eolico on-shore e 872 MW dal fotovoltaico. (Gruppo d’Intervento Giuridico (GrIG))
Obiettivi annunciati e richieste normative
- Il decreto “Aree Idonee” prevede che la Sardegna arrivi a 6.200 MW di potenza da fonti rinnovabili entro il 2030, per buona parte ottenuti con impianti sulla terraferma. (Sorgenia)
- La Giunta regionale sarda, guidata da Alessandra Todde, ha approvato una moratoria di 18 mesi sull’installazione di impianti che comportino consumo di suolo, ma esclude autoconsumo e comunità energetiche. (Materia Rinnovabile)
- Secondo alcune analisi, la portata delle richieste attuali è dieci volte superiore rispetto alle soglie richieste dallo Stato e dall’Europa per il fabbisogno della Sardegna. (Gruppo d’Intervento Giuridico (GrIG))

Conclusione: dal dato reale alla scelta politica
I numeri — freddi, spietati — parlano da soli: stiamo assistendo a una vertiginosa domanda di autorizzazioni per impianti di energia rinnovabile, un carico che supera di gran lunga le esigenze reali dell’isola. È un mosaico di progetti (giga-progetti) che interessa i suoli, i colli, le coste, il mare, e che promette guadagni altissimi per chi è già strutturato per intercettarli.
Dietro questa corsa si celano tre grandi responsabilità:
- Il governo nazionale, che legittima un modello di sviluppo energetico imposto, in cui il ruolo degli enti locali diventa passivo.
- L’Unione Europea, che con le sue politiche e vincoli spesso ignora le specificità territoriali e favorisce la logica del profitto su scala continentale.
- La classe politica sarda, che spesso chiude un occhio — o entrambi — di fronte alle richieste delle aziende energetiche, acconsentendo a trasformare il territorio in un mercato cedibile, anziché in un bene comune da custodire.
Le parole forti di Bruno Scapini che denuncia: «non è progresso, è distruzione», non sono da liquidare come semplice retorica. Sono l’allarme che occorre oggi raccogliere.
Per scrivere davvero un nuovo capitolo della Sardegna, serve una linea di rottura: bloccare le autorizzazioni folli, ridare voce alle comunità, decidere con strumenti partecipativi e trasparenti. Se vogliamo che la “transizione” non sia la parola dietro la quale nascondere una seconda colonizzazione, dobbiamo reagire ora — con numeri, proposte e soprattutto con coerenza politica.














