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La libertà va allenata. E non solo quella…

🎧 Ascolta l’articolo ▶️ (durata 5’55” con la voce di Ingrid)

Mi ricordo che ero in prima o seconda elementare e la zia di un mio compagnetto di classe venne ad accompagnarlo a scuola un giorno che era completamente afona. La circostanza mi perplesse assai poiché, fino ad allora, non mi era mai capitato di trovarmi davanti nemmeno una persona rauca. Così chiesi perché non parlasse e mi venne risposto che aveva parlato troppo e le era finita la voce.

Mi spaventai perché acquisii una conoscenza nuova e terribile: la voce era una quantità limitata; ciò implicava che andava risparmiata. Accidenti, pensai, ma perché nessuno me l’ha detto prima?

Mi misi, allora, in testa di parlare il meno possibile perché io volevo conservare la voce fino all’età dei miei nonni; almeno fino a quell’età! Ovvero ben oltre l’età presumibile della zia del mio compagnetto…

Fortunatamente, quando le tornò la voce, fu lei stessa a spiegarmi che la voce se n’era andata solo temporaneamente e per una malattia. Niente di grave, solo un brutto mal di gola che le aveva nascosto la voce, perché «quella mica sparisce; quella ce l’hai per tutta la vita e ce l’hai quanta ne vuoi, visto che non si consuma». Lo disse e mi sorrise. Lei mi rassicurò e io mi rasserenai. Allora la voce non era una quantità da parcellizzare, neanche fosse un prosciutto da fare a fette. Menomale, potevo di nuovo chiacchierare quanto mi pareva!

Cionondimeno, imparai a mie spese e disimparai con pazienza che la superficialità degli adulti può farci introiettare schemi interpretativi sbagliati. Ora, intendiamoci, a me capitò per la voce e, tutto sommato, il danno non fu né enorme né prolungato, ché la laringite si risolse in pochi giorni, ma immaginate che può accadere nella mente di un bambino al quale s’insegni che la libertà o l’amore sono delle quantità e, peggio, delle quantità definite; delle quantità che, se tu ne usi troppa o troppo per qualcosa o qualcuno, te ne rimane di meno in saccoccia. State dicendo a quel bambino che libertà e amore vanno limitati e limitati tanto più li esperisce. Questo sì è un danno enorme, perché quando è che il bambino dovrebbe capire che così non è? La voce ritorna, ma la libertà e l’amore come si fa a renderli tangibili in termini inequivocabili? Non si può. Perciò meglio risparmiare l’emotività in favore dell’autoimprigionamento; questo è lo schema che acquisisce il piccolo. Pertanto il danno diviene una convinzione inscardinabile. Questo capita spesso quando si esperisce da piccoli quello che John Bowlby definì attaccamento evitante, ovvero quando affetto, attenzione e possibilità d’azione hanno un prezzo e, per giunta, un prezzo variabile; mai certo. E il “mai certo” si traduce in incertezza generalizzata e, conseguente, distanza emotiva e incapacità di confrontarsi in maniera costruttiva.

Invece, onde evitare che qualcuno, sebbene adulti, ci faccia credere che libertà e amore si definiscono per sottrazione e sono, quindi, concetti statici e non dinamici, insegnamo fin da piccolissimi ai nostri bimbi che l’una e l’altro non sono concessioni ma facoltà che esercitiamo in base alla nostra volontà e ai nostri valori. La libertà non è un privilegio ma un diritto, così come l’amore non è abnegazione ma rispetto.

Nel sistema feudale, la libertà era frammentata in più libertà. Non esisteva la libertà individuale, ma una serie di franchigie, immunità o privilegi concessi dal sovrano a determinati gruppi (corporazioni, città, nobili). Solo dall’Illuminismo in poi la libertà divenne un diritto inalienabile. Dell’amore non ve ne parlo neppure, semplicemente non esisteva perché tutto aveva un prezzo. Persino l’amor cortese non era amore ma idealizzazione. Idealizzazione della quale milioni di donne in tutto il mondo hanno fatto e fanno le spese in attesa che arrivi il fantomatico principe azzurro a svoltar loro la vita. Retaggi e conseguenti insegnamenti assolutamente fallaci.

Quello che dobbiamo davvero insegnare ai piccoli e, se non ce lo hanno insegnato, imparare da adulti, è che tanto la libertà quanto l’amore sono più assimilabili a muscoli che a prosciutti: vanno allenati, altrimenti si atrofizzano – come capita quando qualcuno ci mette la vita in lockdown con la scusa di non far male al prossimo – o si ripiegano su se stessi – come capita quando, nel timore di investirlo parcellizzato, anabolizziamo il nostro ego timorosi che una Dalila qualunque attenti al nostro scalpo.

Piuttosto, contrapponiamo la facoltà (di esercitare il nostro essere) alla soggezione e il catabolismo (ovvero l’allenamento) all’anabolismo “egosintonico”. Se non riusciamo a fare esperienza di questi passaggi, vivremo nel timore e nel senso di colpa e diverremo fragili e soggetti alla sottomissione; non necessariamente in tutte le forme e con la medesima intensità ma comunque sottomissione.

La storia della nostra umanità sta andando incontro ad un processo di speciazione antropologica eteroindotto, allora cominciamo nuovamente a decidere chi vogliamo essere e saremo più forti quando qualcuno s’inventerà un nuovo modo per castigare la nostra vitalità chiudendoci in recinti che crediamo sicuri sia fisicamente che emotivamente. La nostra capacità di agire con discernimento e di interagire in maniera non tossica con il prossimo e l’intera collettività dipendono dai legami emotivi che esperiamo in tenera età ed è a partire da essi che, nel nostro futuro di adulti, faremo scelte privative volte alla mera sopravvivenza oppure scelte accrescitive che preludono al benessere. E a noi la sopravvivenza non deve bastare; abbiamo bisogno di perseguire il benessere.

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