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La favola: uno strumento d’orientamento comportamentale tra morale e controllo sociale

🎧 Ascolta l’articolo ▶️ (durata 6’01” con la voce di Seraphina)

Siamo abituati a considerare i libri di favole per bambini quanto di più genuino, tenero ed innocuo il mercato proponga. Ma non è esattamente così oggi e non era così quando il genere favolistico ha cominciato a diffondersi; inizialmente, peraltro, con versioni assai crude rispetto a quelli che poi sono stati i rifacimenti meno truculenti, sanguinari e spietati proposti dalla Walt Disney. Ad ogni modo, la lettura delle favole è un potente rilassante, abbassa le nostre difese e ci conduce in un mondo onirico dove tutto può accadere. Ed è lì che la manipolazione può attecchire… Seguitemi, dunque, in questa sorprendente breve analisi.

Il XIX secolo, caratterizzato dall’ascesa della borghesia e dall’esigenza di plasmare una societĂ  piĂą ordinata e produttiva, ha visto una significativa trasformazione nell’uso e nella diffusione delle favole e delle fiabe. Tradizionalmente veicoli di saggezza popolare e intrattenimento per adulti e bambini, in quest’epoca esse si orientano in modo piĂą marcato verso l’educazione e l’orientamento comportamentale, diventando, per alcuni aspetti, un sottile strumento di “manipolazione” e di controllo sociale, soprattutto in relazione alle masse emergenti e all’infanzia.

Con l’espansione della letteratura per l’infanzia, le fiabe, comprese le trascrizioni di racconti popolari (sulla scia, ad esempio, dei Fratelli Grimm in Germania), assumono una funzione primariamente educativa e formativa. La loro semplicitĂ  narrativa e la struttura allegorica le rendono ideali per trasmettere ai bambini, destinatari privilegiati, le prime regole del comportamento che si conviene alla nascente societĂ  borghese: la diligenza, l’obbedienza, la modestia, il valore del lavoro e il rispetto dell’autoritĂ . Prendiamo, ad esempio, questa scena tratta dalla favola La fanciulla senza mani:

  • Frase del mugnaio che, spinto dal Diavolo, accetta di mutilare la figlia

Figlia mia, se non ti taglio entrambe le mani il Diavolo mi porterĂ  via. Aiutami nel mio bisogno e perdonami il male che ti faccio.

  • Qui, l’intento moralistico/manipolatorio si lega alla sottomissione all’autoritĂ  paterna (anche se paurosa e ingiusta) e alla rassegnazione al destino (la ragazza accetta il sacrificio per il padre). Questo è un esempio crudo di come l’interesse personale del genitore possa essere imposto come “necessità”.

Dunque, riprendendo le fila del discorso, il genere favolistico, spesso terminante con una morale esplicita, agisce come una “disciplina” comportamentale, insegnando ai giovani lettori a distinguere il bene dal male sociale e ad interiorizzare i valori fondamentali per l’integrazione nella societĂ  che s’intende plasmare (Wilhelm Grimm, ad esempio, era un fervente protestante e devozione, duro impegno e responsabilitĂ  massima erano i suoi valori di riferimento). In questo contesto, la favola non è solo intrattenimento, ma un veicolo di valori che mirano ad imbrigliare politicamente le future generazioni (ovvero a creare consenso), indirizzandole verso un modello di condotta accettato.

Le narrazioni del XIX secolo riflettevano spesso le preoccupazioni e gli ideali della classe dominante. Le figure negative (il lupo, la strega, il disubbidiente) incarnavano i vizi da evitare, mentre gli eroi (spesso umili ma virtuosi e operosi) rappresentavano il modello da emulare per ottenere successo e felicitĂ . Ma come agivano, e agiscono, in concreto questi modelli? Innanzitutto, attraverso il meccanismo dell’identificazione; in sostanza, il bambino, attraverso l’identificazione con il personaggio virtuoso, è rassicurato sul proprio percorso di crescita e impara, in modo simbolico, a muovere i passi verso la maturitĂ  accettata.
A livello delle masse, il discorso si fa ancora piĂą interessante perchĂ©, come notato da pensatori come Gustave Le Bon in opere successive ma che riflettevano tendenze ottocentesche, le masse (o le “folle”) non hanno sete di veritĂ  e, piuttosto, preferiscono idolatrare l’errore se questo è piĂą piacevole.

Insegnava, infatti, Le Bon in Psicologia delle folle:

La folla è impressionata solo da sentimenti estremi, perciò l’oratore che volesse ammaliarla dovrebbe necessariamente […] esagerare, affermare, ripetere e mai tentare di dimostrare alcunchĂ© con un ragionamento.

Per le folle ci sono solo o veritĂ  assolute o errori assoluti.

Sebbene Le Bon si riferisca alla psicologia delle folle adulte, il principio di base trova applicazione anche nella letteratura popolare: si offrono narrazioni che, piuttosto che educare al pensiero critico (come temeva Jean-Jacques Rousseau in merito all’uso delle favole), mirano a rassicurare e a indirizzare i comportamenti in linea con l’ordine stabilito. La favola diventa così uno strumento che, attraverso la piacevolezza dell’argomento, rende efficace l’acquisizione di una tecnica comportamentale e morale.

Per questo, nel XIX secolo, si assiste ad un processo di istituzionalizzazione e pedagogizzazione delle favole che ne enfatizza la capacitĂ  di orientare i comportamenti e plasmare una coscienza civica e morale funzionale all’evoluzione della societĂ  moderna, pur conservando la sua antica matrice didattica. Oggi assistiamo alla contemporanea proposta dei vecchi modelli favolistici con altre richieste che provengono da giovani case editrici, desiderose di distinguersi, che fanno richiesta ad autori emergenti di favole senza morale, per lasciare ai piccoli lettori il gusto di trovarne una. Diciamo che questa impostazione ha un reale valore se, accanto al bimbo, ci sono degli adulti capaci d’indirizzare il piccolo verso la metacognizione, altrimenti ogni minima disfunzione rischia di indirizzarne malamente i ragionamenti. Come sempre, il nostro faro educativo dev’essere il dialogo paziente, il confronto aperto e la capacitĂ  di essere punto di riferimento per i nostri bambini e i nostri fanciulli.

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