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La famiglia del bosco stritolata tra burocrazia e propaganda

🎧 Ascolta l’articolo ▶️ (durata 2’28” con la voce di Remy)

A chi conosce le mie posizioni non devo spiegare che critico sia il centrodestra sia il centrosinistra con equanime e convinta distanza. Con un’altra parte di persone, che legge ogni fenomeno umano dentro la solita polarizzazione, devo invece ribadirlo ogni volta – bucando spesso una densa corteccia di pregiudizi -: non sono arruolato in nessuno dei due carrozzoni.
Per questo risulta sempre faticoso respingere la noia trituracoglioni di certi commenti pappagalleschi.
Da quando Giorgia Meloni ha preso posizione sul caso della cosiddetta “famiglia nel bosco”, sui social è partito un bombardamento di copincolla: la colpa sarebbe del decreto Caivano.
Peccato che, allo stato dei fatti noti, quel decreto non c’entri nulla con questo specifico caso.
Gli allontanamenti di minori si fondano normalmente sugli articoli 330 e 333 del codice civile, strumenti che esistono da decenni e che sono stati applicati sotto governi di ogni colore. Non è un’invenzione di Meloni. È un meccanismo strutturale del sistema.
Ed è qui che si vede tutta la miseria del dibattito.
La destra che scopre improvvisamente gli eccessi burocratici solo quando il caso diventa mediatico.
La sinistra che difende automaticamente l’apparato, anche quando emergono segnali evidenti di sproporzione e accanimento.
Due riflessi tribali.
Ai quali si aggiunge il riflesso più osceno: quello di chi è aggrappato a un business che sta emergendo sempre più chiaramente come uno scandalo di grandi proporzioni.
Faccio mie le parole di denuncia pronunciate da Francesco Morcavallo, ex giudice presso il tribunale per i minorenni di Bologna: «È un business osceno e ricco, perché quasi sempre bambini e ragazzi vengono affidati ai centri per mesi, spesso per anni. E le rette a volte sono elevate: ci sono comuni e aziende sanitarie locali che pagano da 200 a oltre 400 euro al giorno. Diciamo che il business è alimentato da chi ha tutto l’interesse che cresca.»
Nel frattempo, una famiglia viene stritolata da un sistema che procede con lentezza kafkiana, mentre il tempo – per dei bambini – è una ferita che si approfondisce ogni giorno e non certo una variabile neutra.
Senza farsi riassorbire da altre questioni politiche, rimanendo sul caso concreto, resta la domanda che nessuno vuole affrontare:
chi controlla davvero il potere quando entra dentro una famiglia e decide del destino dei figli?
Possibile che non si riesca a innestare quella cazzo di retromarcia?

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