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La Sardegna, terra fiera e antica, si trova oggi ad affrontare un doppio assedio morale e materiale, due forme di violenza che, pur diverse, hanno la stessa radice: la mancanza di rispetto.
Da un lato, l’aggressività e la trivialità del dibattito politico che attacca la persona, dall’altro, la sistematica aggressione al territorio, con il silenzioso e devastante consumo di suolo.
La violenza banalizzata: l’attacco sessista alla persona
L’ascesa di una figura come la Presidente Alessandra Todde ha, purtroppo, innescato una reazione che travalica il legittimo scontro politico. Le critiche non si concentrano solo sulle sue decisioni o sulla sua agenda politica, ma scivolano con troppa facilità nel giudizio sull’aspetto esteriore, sul suo abbigliamento o sul suo modo di porsi.
Questo non è più dissenso, è violenza verbale sessista, che ha l’obiettivo meschino di sminuire l’autorità e la competenza di una donna in un ruolo di potere, richiamandola a uno stereotipo che la vorrebbe relegata all’immagine.
Il tradimento del dialogo
Concentrarsi su “come si veste o su come si concia” è un tradimento del dialogo democratico. Distoglie l’attenzione dai problemi reali e avvelena la sfera pubblica, rendendola tossica e respingendo di fatto chiunque non voglia sottostare a questo livello di bassezza.
Doppi standard
Il metro di giudizio riservato a una donna in politica è spesso intollerabilmente più severo e superficiale di quello applicato ai suoi colleghi uomini. Questa “doppia misura” svela una resistenza culturale all’uguaglianza, dove la donna al comando deve prima di tutto giustificare la sua presenza e non le sue azioni.
La violenza silenziosa: lo “scempio perpetrato” sulla terra sarda
Parallelamente a questa violenza politica, si consuma un dramma molto più vasto e irreversibile: l’agonia della terra sarda. Lei denuncia con forza lo “scempio perpetrato” e il rischio che il popolo sardo si ritrovi “agonizzante” a causa delle politiche di sfruttamento e del crescente consumo di suolo.
I dati dell’Ispra confermano una tendenza preoccupante: la Sardegna sta vedendo una crescita del consumo di suolo, con l’artificializzazione che divora spazi verdi, pascoli, e aree costiere preziose, in parte dovuta a nuove infrastrutture e all’installazione selvaggia di impianti fotovoltaici a terra, che trasformano il paesaggio in modo radicale e permanente.
L’indifferenza verso il bene comune
Il suolo è una risorsa non rinnovabile. Ogni metro quadrato cementificato è perso per sempre, con conseguenze dirette sulla biodiversità, sulla stabilità idrogeologica e sulla capacità produttiva dell’isola. Ignorare questo è un atto di violenza contro le generazioni future.
La priorità distorta
È inconcepibile che il dibattito pubblico sia monopolizzato dalle chiacchiere sull’estetica mentre le decisioni che stanno “avvelenando la terra sarda” non ricevono la necessaria indignazione e il controllo politico. La salute dell’ambiente, l’identità del paesaggio e la sostenibilità economica dovrebbero essere la priorità assoluta.
Una sola richiesta: rispetto e sostanza
Entrambe le violenze – quella contro la donna in politica e quella contro l’ambiente – chiedono a gran voce un cambio di rotta radicale. La richiesta è la stessa: rispetto.
Rispetto per la persona e il ruolo
La politica deve tornare a essere un luogo di confronto sulle idee e sulle soluzioni, non un campo di battaglia per insulti personali e sessisti.
Rispetto per il territorio
Il governo della terra sarda non può essere subordinato a interessi di breve termine. È necessario anteporre la tutela paesaggistica e idrogeologica a ogni progetto di cementificazione e di speculazione paleolitica.














