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Il 29 gennaio 1992 venne introdotta la Legge n. 113 che disponeva l’”Obbligo per il comune di residenza di porre a dimora un albero per ogni neonato, a seguito della registrazione anagrafica”. Tale disposizione venne successivamente modificata dalla Legge n. 10 del 14 gennaio 2013 recante “Norme per lo sviluppo degli spazi verdi urbani”.
Nel villaggio di Mamojada, immerso nel verde robusto dell’entroterra, c’era da tempo immemorabile un’usanza che esorbitava la legge: per ogni bambino che apriva gli occhi al mondo, si piantava una quercia da sughero. Quello era il segno di un destino legato alla pazienza e alla ricchezza nascosta.
Quando Prospereddu nacque, un novembre freddo e umido, suo nonno, un anziano iscorticadore, da tutta la vita impegnato nell’estrazione del sughero, aveva già preparato il terreno. Non piantò una piantina, ma un seme, quello di una quercia; la più robusta che avesse trovato.
​«Questo albero insegnerà a Prospereddu il valore del tempo», spiegò il nonno coprendo il seme con la terra scura. «Dovrà attendere anni prima di dare il suo primo frutto, e non soffrirà mai a farsi spogliare, perché il suo valore si rigenera spoliazione dopo spoliazione. Possa Prospereddu essere forte e rinnovabile come il sughero.»
Prospereddu crebbe in attesa. La quercia, nei primi anni, sembrava crescere lentamente; in realtĂ , stava sviluppando radici profonde prima di alzarsi.
Quando Prospereddu gattonava, l’alberello era poco piĂą di un cespuglio. A dieci anni, il tronco era ancora sottile, ma la sua corteccia cominciava a mostrare le prime fenditure che un giorno avrebbero dato il sughero. Prospereddu passava ore ad osservare l’albero, toccandone la corteccia scura e dura e capendo presto che la vera forza era invisibile, nascosta nelle radici.
Nel frattempo, nella lontana costa di Alghero, il ciclo della vita e della morte aveva assunto una forma aggressiva ed estranea. ColĂ , quando un uomo della comunitĂ moriva, la gente non piangeva in silenzio, ma gemeva di un dolore doppio: per la perdita del caro e per il sacrificio silenzioso della terra.
Il vecchio Tziu Bustianu, un uomo la cui voce era stata sempre forte come il mare, morì una sera di plenilunio. Il giorno dopo, la sua famiglia e il villaggio non portarono fiori al cimitero, ma si ritrovarono sul crinale dove il vento era più forte. Non assistevano a un rito di celebrazione, ma a un atto di esproprio della memoria. Infatti, nel punto più ventoso della scogliera, non sorgeva un monumento alla vita del loro caro estinto, ma una nuova, maestosa Torre Eolica.
​La gru sollevò la struttura d’acciaio. La torre che venne installata era altissima, una croce bianca e arrogante contro il cielo grigio; le pale presero subito a girare con un ronzio sommesso ma straniante, come un lamento metallico.
Gli abitanti non vedevano in quella macchina l’energia prodotta, ma solo l’energia che era stata rubata per crearla: il paesaggio sventrato, le strade aperte per il trasporto, il suono del vento – un tempo sacro e libero – ora incatenato al moto di un generatore. Credevano che l’ombra proiettata dalle tre pale rotanti non fosse che il fantasma della vita contadina e tradizionale, ora costretta a inchinarsi alla potenza industriale. Le ombre delle tre pale erano il costante No di quel fantasma, il suo ricordo deturpato che continuava a ferire il paesaggio. Era un addio che si faceva presenza opprimente.
Prospereddu, ormai diciottenne, lasciò le sue colline per studiare a Cagliari. Un giorno, si ritrovò a fare un’escursione proprio sulla costa dei Giganti di Vento.
​Arrivato sotto una pala, ne sentì l’enorme, solenne rumore. Era il suono di un lavoro infinito, di un’energia che non si fermava mai, ma che non aveva anima.
Prospereddu si sedette, prendendo tra le mani un pezzo di sughero grezzo che si era portato dietro. Toccò la superficie ruvida del sughero, il frutto del suo albero, la quercia che gli aveva insegnato la pazienza e la rinnovabilità senza ferire.
La sua quercia da sughero era un simbolo di vita che si rigenera, di forza calma e di ricchezza che si offre senza mai morire né deturpare.
​La Torre Eolica con le sue pale era un simbolo di morte che si impone, di energia che non svanisce, ma che continua a muovere il mondo a costo di un sacrificio visivo ed emotivo.
​Capì che, in Sardegna, la nascita e la fine erano legate da un filo di trasformazione eterna, ma con una differenza cruciale. La quercia esigeva tempo e rispetto per donare un valore che si rinnovava. La Torre Eolica esigeva l’immediato sacrificio del paesaggio, un valore imposto. Il destino era lo stesso – lasciare un segno – ma uno era un legato d’amore e l’altro un pegno doloroso.
Prospereddu strinse il sughero, sentendo il vento sardo sul viso, il vento che faceva girare le pale senza il suo consenso e che, un giorno, quando lui avrebbe “scorticato” per la prima volta la corteccia matura del suo albero, avrebbe soffiato sulle mani di suo nonno che gli avrebbe dato la sua benedizione.














