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Recentemente, ho letto la storia di Eli Cohen, spia israeliana che giunse a divenire viceministro della difesa siriana e, da questa posizione privilegiata, convinse negli anni ’60 il governo locale che piantare eucalipti sul Golan, alla frontiera con Israele, potesse consentire ai militari di sfuggire agli attacchi israeliani. In realtà stava così creando degli obiettivi facilmente riconoscibili e pericolosissimi.
Ecco, quello che fece Cohen fu manipolare le menti di colleghi che avevano deciso, più o meno consapevolmente, di dargli fiducia. La mente umana è sempre stata un obiettivo nei contesti bellici ma, una volta, pensare di poter manipolare interi popoli rappresentava imprese titaniche perché le tecnologie a disposizione non erano performanti come quelle attuali. Oggi, la storia può davvero sorprenderci: infatti, la natura della guerra sta subendo una trasformazione radicale.
Se un tempo i conflitti erano definiti dalla supremazia su terra, mare, aria, a cui si sono aggiunti in tempi recenti spazio e cyberspazio, oggi le dottrine militari avanzate, in particolare in ambito NATO, hanno identificato un nuovo, cruciale campo di battaglia: il sesto dominio operativo, ovvero il dominio umano.
Com’è facile intuire, non si tratta piĂą soltanto di distruggere infrastrutture o neutralizzare sistemi d’arma, ma di conquistare – o paralizzare – la volontĂ , la percezione e la capacitĂ decisionale di individui e intere comunitĂ . Questa è la cifra distintiva della guerra cognitiva (Cognitive Warfare – CW), la vera novitĂ insidiosa che definisce i conflitti ibridi del futuro.
Il concetto di guerra cognitiva, sviluppato da organismi come l’Allied Command Transformation (ACT) della NATO, va oltre la tradizionale guerra psicologica (PSYOPS) e l’information warfare. Il suo obiettivo non è semplicemente disinformare, ma agire sulle capacità cognitive per influenzare schemi mentali ed emozioni, minando alla base la coesione e la resilienza di una nazione.
La guerra cognitiva è, dunque, la “battaglia per la mente”, una competizione costante (24 ore su 24, 7 giorni su 7) condotta attraverso un flusso informativo pervasivo che, grazie all’uso massiccio di algoritmi e intelligenza artificiale, entra nelle nostre case per manipolare il dibattito pubblico e condizionare le scelte politiche. Il risultato finale desiderato dall’avversario è la destabilizzazione dall’interno, la perdita della capacitĂ critica e la conseguente incapacitĂ di reagire a una minaccia esterna.
In questo scenario, non esiste più una netta separazione tra campo di battaglia e retrovie, né tra civili e militari: ogni cittadino diventa un potenziale bersaglio delle operazioni volte a erodere il suo senso di sicurezza e il suo legame con la patria.
Questa centralitĂ del fattore umano trova un riscontro drammatico nelle riflessioni dei vertici militari italiani. Per esempio, il Generale di Corpo d’Armata Carmine Masiello, Capo di Stato Maggiore dell’Esercito, ha recentemente lanciato un monito: solo un italiano su cinque si dichiarerebbe disposto a combattere per il proprio Paese.
Questo dato viene interpretato come l’implicazione piĂą diretta e preoccupante del successo potenziale della guerra cognitiva sul fronte interno (anche se, a dirla tutta, è pur vero che per combattere per la propria patria è necessario riconoscersi in essa e avere dei leader politici che rappresentano davvero il sentire della popolazione, altrimenti la patria è un costrutto di facciata svuotato di ogni fondamento identitario).
I vertici militari avvertono l’esigenza di sottolineare che, in un’epoca che vede il ritorno a scenari convenzionali ad alta intensitĂ (come il conflitto in Ucraina), affiancati dalla guerra tecnologica (droni e AI) e da quella cognitiva, la difesa non può piĂą essere demandata esclusivamente ai militari.
Il Generale Masiello, in una recente intervista pubblicata su AdnKrons.com ha ricordato che, secondo la Costituzione, la difesa della patria è un “sacro dovere di ogni cittadino”. In ciò si evidenzia, dunque, una sfida che non è solo tecnologica – adottare droni e intelligenza artificiale per l’efficienza operativa – ma è prima di tutto culturale e di mentalitĂ . Se l’Esercito deve essere una “forza amata” dagli italiani, si sostiene, è necessario che il Paese ritrovi una consapevolezza collettiva del dovere di difesa. Cosa che sarebbe sacrosanta ma, affinchĂ© ciò sia, sottolineerei, la politica deve essere indirizzata dalla sovranitĂ popolare, altrimenti è mera strategia elitaria che nulla porta, in termini di sicurezza e profitto, alla popolazione/nazione che, anzi, si vede svuotata della propria capacitĂ decisionale ed in balìa di eventi che, onestamente, si sarebbe evitata.
Il sesto dominio operativo si integra nella cornice strategica delle Multi-Domain Operations (MDO), il nuovo modello di guerra della NATO. Le MDO mirano a sincronizzare e orchestrare le attivitĂ militari e non militari in tutti i domini (terra, mare, aria, spazio, cyber) per creare un effetto convergente e presentare dilemmi strategici all’avversario.
In questo contesto, il dominio umano non è un’aggiunta, ma il moltiplicatore di forza (o il punto debole) cruciale. Il successo sul campo di battaglia fisico dipende direttamente dalla capacitĂ di una nazione di resistere e rispondere nel dominio cognitivo. L’intelligenza artificiale, infatti, non solo guida sciami di droni, ma è anche il motore che alimenta l’offensiva cognitiva, rendendo la produzione di contenuti falsi (deepfake) e la manipolazione delle narrazioni piĂą rapida, mirata ed economica. Il dato allarmante è che ognuno di noi non può avere certezza assoluta di chi lo stia manipolando e con quale scopo e il nemico può ben trovarsi nelle mentite spoglie di amico, collega e, in definitiva, sedicente alleato.
Le guerre del futuro, dunque, saranno combattute con carri armati, missili, cyber-attacchi e, soprattutto, con l’assalto alla mente umana. Il sesto dominio operativo ci insegna che la sicurezza nazionale è inestricabilmente legata alla resilienza culturale e psicologica di una popolazione.
Di fronte alla sfida di un solo italiano su cinque disposto a combattere, il compito non ricade unicamente sulle Forze Armate, ma sulla società intera, sostengono ancora i vertici militari. La difesa più efficace contro la guerra cognitiva non è un missile, ma lo sviluppo di una coscienza critica in grado di discernere la realtà dalla manipolazione. Per far questo alla popolazione dovrebbero essere dati strumenti di discernimento e non imbeccamenti finalizzati ad assopirne ancora di più le capacità critiche.
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