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La corsa verso la decarbonizzazione porta con sé un paradosso ecologico spesso ignorato: l’enorme volume di rifiuti tecnologici che le infrastrutture pulite genereranno al termine del loro ciclo vitale. Catalogare le energie rinnovabili come intrinsecamente prive di impatto è, infatti, un errore concettuale che rischia di replicare i disastri industriali del passato. I pannelli fotovoltaici (PV) e gli aerogeneratori (pale eoliche) non sono eterni e quelli installati in massa a partire dai primi anni 2000 stanno raggiungendo la fine del loro ciclo operativo (stimato tra i 20 e i 30 anni), ponendo le basi per un’emergenza logistica e ambientale globale entro il prossimo decennio.
Secondo i dati forniti dall’International Renewable Energy Agency (IRENA), se nel 2016 i rifiuti fotovoltaici globali erano stimati intorno alle centinaia di migliaia di tonnellate, la proiezione cambia radicalmente per i prossimi decenni. In particolare:
- entro il 2030, il volume annuale di pannelli dismessi raggiungerà circa 2,4 milioni di tonnellate;
- entro il 2050, si stima un accumulo globale compreso 60/80 milioni di tonnellate di rifiuti fotovoltaici!
Ora, ragioniamo un passo alla volta focalizzandoci prima sui pannelli fotovoltaici e poi sugli aerogeneratori.
Un pannello fotovoltaico standard in silicio cristallino è composto per il 70/75% da vetro, il restante 25/30% si divide tra alluminio per la cornice, polimeri, silicio e piccole quantità di rame e metalli preziosi o tossici come argento, piombo, cadmio.
Mentre l’alluminio e il vetro esterno sono facilmente recuperabili, il vero nodo critico è la separazione dei componenti interni. Infatti, il processo di “delaminazione” (la rimozione dello strato plastico protettivo) richiede trattamenti termici o chimici ad alto consumo energetico. Per questa ragione, attualmente, in molte parti del mondo, la mancanza di processi industriali standardizzati rende economicamente più vantaggioso il conferimento in discarica rispetto al recupero del silicio e dell’argento, introducendo il rischio di contaminazione del suolo da metalli pesanti.
Passiamo adesso all’eolico. Se una turbina eolica è riciclabile per circa il 90% della sua massa totale (grazie alle torri in acciaio, ai componenti meccanici in ferro e ai cavi di rame), il restante 10% (le pale) costituisce una delle sfide ingegneristiche e ambientali più complesse dell’economia circolare.
Le pale degli aerogeneratori sono progettate per resistere a condizioni meteorologiche estreme per un quarto di secolo. Per ottenere questa straordinaria resistenza unita alla leggerezza, vengono realizzate in fibra di vetro o fibra di carbonio incorporate in resine epossidiche o poliestere. Questa struttura molecolare interconnessa rende i materiali virtualmente impossibili da fondere o rimodellare! Di qui, le stime per il futuro da far piegare le ginocchia…
Secondo le proiezioni industriali riprese dal Global Wind Energy Council (GWEC) e da istituti di ricerca come il National Renewable Energy Laboratory (NREL), i rifiuti annuali di pale eoliche saliranno da circa 10.000 tonnellate nel 2025 a circa 110.000 tonnellate all’anno entro il 2030. Capito bene? In soli 5 anni! Ed entro il 2050 si stima un accumulo di oltre 43 milioni di tonnellate di sole pale eoliche dismesse.
Fino ad oggi, la pratica comune in molti mercati (in particolare negli Stati Uniti) è stata il seppellimento delle pale intere o frammentate in discariche dedicate. Tuttavia, l’Europa sta progressivamente introducendo divieti di conferimento in discarica per i materiali compositi, spingendo verso soluzioni alternative come il co-trattamento nei cementifici (dove la plastica brucia come combustibile e la fibra di vetro diventa parte del clinker), un processo che purtroppo si colloca molto in basso nella gerarchia del vero riciclo circolare.
Ma è chiaro che la transizione non può dirsi “verde” se non chiude perfettamente il cerchio della propria filiera; questo spinge verso nuove soluzioni come pale eoliche prodotte con resine termoplastiche o epossidiche speciali capaci di dissolversi in specifiche soluzioni chimiche a fine vita, consentendo il recupero totale e integro delle fibre strutturali.
La domanda da porsi a ‘sto punto è questa: davvero abbiamo bisogno di puntare tutto sulle rinnovabili o questa è una prospettiva artatamente viziata?
Diteci cosa ne pensate.















