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Partiamo con una definizione. In termini semplici, il capitale semantico è l’insieme di risorse linguistiche, concettuali e culturali che permettono a un individuo o a una società di comprendere, interpretare e dare significato alla realtà. Possiamo immaginarlo come una “cassetta degli attrezzi” mentale. Più è ricca, più siamo in grado di interpretare la complessità del presente. Senza di esso, ci troviamo davanti a un eccesso di informazioni (il cosiddetto information overload) che non riusciamo a decodificare, restando passivi e confusi.
Quali sono, dunque, le funzioni principali del capitale semantico?
- Aiutarci a leggere i messaggi che riceviamo ogni giorno.
- Permetterci di costruire nuove idee e narrazioni.
- Proteggerci dalla disinformazione dei media mainstream e dalle manipolazioni, fornendoci il contesto necessario per giudicare i fatti.
Ma a chi dobbiamo attribuire la paternità di questo concetto?
Il “padre” del capitale semantico è Luciano Floridi, professore di Filosofia ed Etica dell’Informazione (noto per il suo lavoro a Oxford e attualmente all’Università di Bologna e Yale).
Floridi ha introdotto questo termine per rispondere alle sfide dell’infosfera, ovvero l’ambiente digitale in cui viviamo immersi. Secondo il filosofo, in un mondo dove i dati sono sovrabbondanti e spesso “rumorosi”, la vera ricchezza non è possedere l’informazione, ma possedere il senso di quell’informazione. Ovvero avere la capacità di saperla decodificare/interpretare.
Secondo il professore: il capitale semantico è quella risorsa che ci permette di dare senso alle nostre vite e al mondo che ci circonda. È ciò che dobbiamo curare per non diventare poveri di significato in un oceano di dati.
Oggi il capitale semantico è sotto pressione per diversi motivi:
- se smettiamo di studiare, leggere o riflettere criticamente, il nostro capitale si erode;
- notizie manipolate e algoritmi che creano “bolle di filtraggio” riducono la nostra capacità di interpretare correttamente la realtà;
- se deleghiamo totalmente la produzione di senso alle macchine (leggi intelligenza artificiale), rischiamo di perdere l’abilità umana di “coltivare” questo capitale.
E, allora, come si coltiva il capitale semantico?
Coltivarlo è un esercizio continuo che ricorda molto la cura di un giardino. Richiede dunque di:
- non smettere mai di imparare termini e concetti nuovi;
- leggere punti di vista opposti ai propri per arricchire il proprio vocabolario concettuale;
- prendersi il tempo per processare le informazioni invece di consumarle e basta.
Per dirla in breve, in un’epoca in cui l’IA può generare infiniti testi, il valore non sta più nella produzione della parola, ma nella profondità del significato che siamo in grado di attribuirle.
Trovate un’approfondita intervista al professore a questo link: https://www.vita.it/storie-e-persone/nellera-dellintelligenza-artificiale-si-salvera-chi-nutrira-il-suo-capitale-semantico/ .














