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Il 4 novembre non è la nostra festa

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Il governo, con la legge n. 27 del 1° marzo 2024, ha scelto di rendere il 4 novembre la “Giornata dell’Unità Nazionale e delle Forze Armate”. In questa data, le scuole di ogni ordine e grado sono invitate a partecipare a cerimonie e iniziative che esaltano i valori della patria, del sacrificio e dell’attaccamento al dovere, facendo riferimento alla Prima Guerra Mondiale.

Secondo il testo della legge, l’obiettivo è «ricordare tutti coloro che, anche giovanissimi, hanno sacrificato la vita per un ideale di Patria».
Tuttavia, dietro questa retorica celebrativa si cela un’operazione culturale e politica che ripropone una visione militarista della storia, trasformando un immenso dramma umano in una lezione di patriottismo.

Una memoria che dimentica la guerra

La Prima Guerra Mondiale non fu un racconto di eroismo collettivo, ma una tragedia di massa. Milioni di persone furono mandate al fronte per una guerra di conquista, preceduta da campagne coloniali e seguita da una lunga scia di sofferenze.
Richiamare oggi quell’evento come simbolo di “unità nazionale” significa rimuovere le responsabilità storiche e proporre una memoria selettiva, dove il dolore viene trasformato in orgoglio e la guerra in dovere.

Quando la retorica entra nelle scuole

L’invito a coinvolgere il mondo scolastico nelle celebrazioni del 4 novembre è un segnale inquietante.
Nelle aule dove si dovrebbe coltivare la riflessione critica, la solidarietà e la cultura della pace, si tenta di introdurre una pedagogia dell’obbedienza e del sacrificio, mascherata da educazione civica.

In un contesto globale segnato da nuovi programmi di riarmo, aumento delle spese militari e riduzione delle risorse per istruzione e sanità, questo messaggio risulta ancora più pericoloso.
Normalizzare la guerra significa abituare le nuove generazioni a considerarla inevitabile, perfino necessaria.

Un presente di violenza e colonialismo

Non si può ignorare che oggi, mentre si organizzano cerimonie e parate, il mondo assiste al genocidio in corso in Palestina, emblema di un ordine internazionale fondato sulla sopraffazione e sull’espansione militare.
In questo scenario, la scuola non può essere complice.
Educare alla pace significa denunciare la guerra e il colonialismo, non celebrarli in nome di un patriottismo astratto.

Una giornata di lutto, non di celebrazione

Per Democrazia Sovrana e Popolare (DSP), il 4 novembre non rappresenta una festa, ma una giornata di lutto e di consapevolezza.
È il momento per ricordare non la gloria delle armi, ma le vite spezzate, la devastazione e l’assurdità della guerra.

Rifiutiamo con fermezza ogni tentativo di militarizzare la scuola e la società, e diciamo a voce alta:

“Il 4 novembre non è la nostra festa!”

Invitiamo insegnanti, studenti, cittadine e cittadini consapevoli a non partecipare alle cerimonie ufficiali, scegliendo invece di dedicare quella giornata alla costruzione di una cultura della pace, della solidarietà e della giustizia sociale.

Fuori i militari, il militarismo e la guerra dalla scuola!

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