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I dolci della disgrazia

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Il ministro razzista e genocida Itamar Ben-Gvir, che fra i banchi della Knesset distribuisce dolci dopo aver fatto approvare la pena di morte per i palestinesi, ha toccato forze sottili che non controllerà.

Nelle culture antiche esiste un confine sacro tra il cibo della vita e quello della morte. Chi mangia dolci per celebrare una condanna o una guerra, prima o poi, mangia cenere. Gli Ebrei stessi, nei giorni di lutto, spezzano il pane senza zucchero e si astengono da ogni sapore dolce. In molte tradizioni del Medio Oriente, il dolce accompagna la nascita, il matrimonio, la riconciliazione: mai la vendetta.

Anche nel mondo cristiano il gesto di chi festeggia il sangue con dolci sarebbe un presagio: chi confonde la festa con il delitto richiama su di sé una catena di conseguenze date dal perturbare e profanare uno stato spirituale generale. Chi offre dolci per celebrare una strage si ritrova perseguitato dai fantasmi delle vittime, costretto a sentire sapore di fiele in ogni boccone.

Pure nell’Islam la dolcezza è segno di misericordia, non di trionfo sulla carne altrui: Dio non ama chi si compiace del male. In Sardegna si direbbe che questo cialtrone assassino ha aperto s’ora iscassa: l’ora rotta, quella in cui chi ride del dolore altrui chiama la disgrazia su sé stesso. «In s’ora iscassa, de su malu su mele/ in bucca si nche torrat fele.» (At the hour undone, the honey of sin turns bile on the tongue.)

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