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Ci risiamo con il dilemma dell’affettività indirizzabile verso entità non biologiche. In principio fu un esperimento di Harry Harlow che, in verità , aveva un obiettivo più complesso, ovvero stabilire se il legame madre-figlio fosse solo determinato dal nutrimento o, piuttosto, fosse legato al contatto fisico e all’affetto. Gli scimpanzé che lui utilizzò come cavie preferivano surrogati di pezza che non nutrivano a “madri” di metallo che nutrivano, dimostrando che per i cuccioli l’attaccamento è più importante del cibo. Quelli erano gli anni ’50.
Passati poco più di vent’anni, Isaac Asimov pubblicò “Il fedele amico dell’uomo”, storia di un cane robot che stringe un legame di amicizia con un bambino.
Oggi arriva il Moflin, il robot-cucciolo sviluppato da Casio, che si inserisce nell’onda crescente dei companion robot (robot da compagnia) dotati di intelligenza artificiale emotiva. Con l’aspetto di un soffice porcellino d’India o di un criceto, l’“artimale” – neologismo che la nostra Redazione ha coniato per identificare questi animali artificiali – è progettato per offrire conforto, compagnia e un “legame” emotivo a chi non può tenere un animale domestico vero, ad esempio a causa di allergie o restrizioni abitative. Vabbè, i produttori hanno il diritto di propinare castronerie pur di vendere, ma noi bacino d’utenza dovremmo avere il sacrosanto spirito critico per non prendere gli obiettivi di mercato per benefici.
Spirito critico a parte, torniamo all’artimale della Casio. In veritĂ , non si tratta del primo tentativo di generare un rapporto affettivo tra un umano ed un’entitĂ non umana; qualche tempo fa, infatti, imperversavano i Tamagotchi che, però, fisicamente non potevano dare nulla. Differenza non sottile e ultraessenziale… Il robot della Casio, invece, è di peluche e si distingue per la sua capacitĂ di sviluppare una personalitĂ unica basata sulle interazioni con l’utente, utilizzando sensori per rispondere a tatto, movimento, luce e suoni.
L’azienda produttrice afferma che il robot può esibire oltre quattro milioni di “modelli emotivi” e che il suo stato emotivo evolve nel tempo, diventando piĂą ricco dopo circa 50 giorni. E fin qui ci sarebbe giĂ da allarmarsi, ma il rischio vero si cela nelle intenzioni di vendita del prodotto. Infatti, il Moflin non è inteso come sostituto emotivo (e pure detta così parliamone), ma come “alternativa” o “strumento” per alleviare lo stress e l’ansia!
A dirla tutta, già ci interfacciammo con i “buoni propositi” quando venne proposto Paro, il robot-foca progettato per offrire i benefici della pet therapy a pazienti anziani in ospedali o case di cura.
I precedenti di cui sopra hanno aperto la strada al Moflin, dimostrando che esiste un mercato e una necessitĂ emotiva per compagni artificiali – giĂ evidenziato dal robot-cane della Sony alla fine degli anni ’90 -, specialmente in contesti sociali caratterizzati da maggiore isolamento o da difficoltĂ nell’accudire animali reali.
L’introduzione di robot come il Moflin solleva significative questioni psicologiche ed emotive, sia a livello individuale che sociale.
Essendo un surrogato tattile di un legame emotivo, il robot finisce per fungere da presenza rassicurante e discreta, fornendo un senso di “calore” domestico tanto ai bimbi quanto agli anziani. La critica principale, ma guarda un po’, verte sull’autenticitĂ del legame. Sebbene l’IA “emotiva” faccia sembrare il Moflin vivo e reattivo, l’interazione è in definitiva con un algoritmo. Ciò pone il dilemma se il conforto derivato da un’entitĂ artificiale possa essere considerato genuino o se sia semplicemente un’illusione emotiva indotta dalla tecnologia.
C’è, inoltre, il rischio distopico che l’individuo sviluppi una dipendenza emotiva dal robot, potendo scegliere la “compagnia perfetta”, per così dire, e a bassa manutenzione del Moflin al posto delle complesse e talvolta difficili relazioni umane o con animali veri. Questo potrebbe portare a un ulteriore isolamento dalla vita sociale e relazionale autentica.
La popolaritĂ di dispositivi come il Moflin, in particolare in societĂ con tassi elevati di isolamento (come il Giappone, dove ha riscosso grande successo, specialmente tra le donne di mezza etĂ ), evidenzia un problema sociale diffuso di solitudine e mancanza di connessione. Il robot agisce come un tampone per un vuoto relazionale piĂą profondo. L’accettazione e l’attaccamento emotivo a robot sempre piĂą sofisticati sfuma il confine tra “organico” e “artificiale”. A livello culturale, ciò pone interrogativi su cosa significhi prendersi cura, amare e relazionarsi con una creatura, e se la tecnologia stia banalizzando o declassando il valore della vita biologica e delle relazioni basate sull’imprevedibilitĂ e la reciprocitĂ non programmata.
In pratica, l’introduzione di robot da compagnia su larga scala solleva questioni etiche. Si spaccia la risoluzione di un problema sociale (la solitudine) attraverso una soluzione tecnologica che potrebbe, a lungo termine, esacerbare la tendenza all’isolamento e alla disconnessione, trasformando l’emozione in un prodotto o un servizio (si pensi ai servizi in ospedale).
Dunque, è bene riflettere attentamente sulla china che si sta percorrendo perché, mentre il Moflin offrirebbe apparentemente un conforto a breve termine a chi è solo o non può avere un animale, il suo successo è senza ombra di dubbio un segnale di allarme sulla qualità delle connessioni umane moderne e presenta il rischio di una relazione emotiva che, pur essendo vissuta come piacevole, rimane fondamentalmente unilaterale e programmata.
Il dibattito da affrontare sarebbe, pertanto, se i Moflin – e prodotti similari che dovessero far breccia nel Mercato – è un’innovazione terapeutica o un sofisticato, complesso e pericoloso meccanismo di evasione emotiva. Ma non lasciamo ai posteri l’ardua sentenza, ragioniamoci ora prima che la china da risalire sia, per le nostre gambe fiaccate dall’inattivitĂ , troppo ripida.














